Diciotti, la rete a pagamento che aiuta i migranti a fuggire

Domenica 9 Settembre 2018 di Valentina Errante e Alessia Marani
L'obiettivo è superare il confine, lasciarsi alle spalle l'Italia e raggiungere parenti e conoscenti che da anni vivono in Germania, Francia, Svezia e Norvegia. Dove si sta meglio. E per farlo i migranti sbarcati dalla Diciotti sono pronti a pagare il pizzo, oliando le tasche di mediatori e faccendieri che lucrano sull'infinita diaspora degli eritrei. Alcuni per sottrarsi alle regole di Dublino si sarebbero rifiutati di chiedere asilo. Da anni l'emorragia di migranti dall'Italia è al centro di polemiche tra Roma e i partner europei, che ci accusano di chiedere aiuti e relocation mentre lasciamo scappare i profughi. Ma questa volta, dopo le scelte muscolari del ministro dell'Interno Matteo Salvini, lo scenario è diverso: la fuga-beffa dal centro d'accoglienza della Cei a Rocca di Papa dei richiedenti asilo, sbarcati dalla Diciotti, potrebbe fornire all'Ue argomenti concreti contro la condivisione e soprattutto per interrompere il confronto su Dublino al quale il Viminale vuole costringere l'Ue. Perché a volere prendere un pullman dalla stazione Tiburtina, oggi, non ci sono solamente i sedici ragazzi in fuga identificati di nuovo e poi rilasciati dalla Questura di Roma venerdì. Nella tendopoli, che ospita i migranti nei pressi della stazione Tiburtina, hanno trovato riparo anche altri eritrei della Diciotti, che all'arrivo della polizia si sono allontanati o non erano presenti. Sono la maggior parte dei profughi che, dopo le polemiche sullo sbarco, sono rimasti in Italia, mentre altri sono accolti da Albania e Irlanda.

LE PARTENZE
Per il Viminale il problema non sussiste: «Sono stati tutti identificati. Non possono andare via e se non chiedono l'asilo sono clandestini, saranno espulsi». Sono ancora nella Capitale in attesa del momento propizio e, soprattutto dei soldi, necessari a compiere il nuovo viaggio verso il Nord Italia e poi, oltre confine. Si stanno organizzando. Il tutto con la complicità di una rete informale di appoggi che in queste ore si è già messa in moto anche nella Capitale con agganci che arrivano fin nel Settentrione del Paese e oltre. Si tratta di connazionali che da un lato si offrono di dare una mano, ma che dall'altro fanno affari d'oro sulla diaspora dei fantasmi africani. «Vanno tutti come fossero teleguidati nella zona di piazza Indipendenza, vicino alla stazione Termini - conferma un operatore che assiste i migranti e che vuole rimanere anonimo - dove si concentrano le attività, bar e negozi, di eritrei integrati a Roma. Lì vengono avvicinati da queste figure che si offrono di ricevere per loro conto, che ancora non hanno documenti, i soldi che spediscono i familiari dall'Europa o dall'Africa, e informazioni sicure da seguire sulle orme già battute da migliaia di migranti prima di loro. Ma in cambio pretendono la stecca». Un racket che muove fiumi di denaro su e giù per lo Stivale. Gli attivisti del Coordinamento Eritrea Democratica sono convinti che ci sia chi «lavora su questo, connazionali che si infiltrano nel sistema che spesso si offrono anche come mediatori o interpreti e istigano i giovani eritrei a continuare il loro viaggio». Una rete fatta di più livelli, «fino ai passatori che organizzano il passaggio ai confini». Altre stecche da pagare.

I TRASFERIMENTI SECONDARI
La questione dei trasferimenti secondari è stata al centro del vertice di Innsbruck di luglio scorso. L'importanza della prevenzione in questi movimenti, cioè le fughe all'estero dopo la richiesta di asilo in Italia, era stata sottolineata anche nella dichiarazione franco-tedesca diffusa ieri al termine del bilaterale di Meseberg tra Merkel e Macron. E mentre l'Italia rifiutava ogni accordo, prima delle modifiche del Trattato di Dublino, il rischio che Germania e Francia spingano su intese bilaterali tra Stati, per accelerare le procedure per i trasferimenti dei richiedenti asilo verso il Paese di primo approdo diventano più concrete. E queste partenze potrebbero essere un ottimo pretesto. Solo l'anno scorso al Baobab, per fare un esempio, di eritrei ne erano passati 800, tutti partiti per la Ue senza i fari puntati addosso. «In Libia ho speso tutto quello che avevo, più di 10mila dollari e ci sono rimasto per un anno prima di potere salire su un gommone per l'Italia, ora aspetto che mia sorella dalla Baviera - dice Isaias - mi mandi altri soldi. La mia casa in Eritrea è stata distrutta. Sto aspettando che il denaro arrivi a gente qui a Roma, mi hanno detto che ci vorranno tre, quattro giorni. Poi penserò al modo migliore per andare via». Stringe il telefonino in mano, con lui altri della Diciotti, tutti agganciati al wi-fi sul piazzale della stazione. Controllano gli orari dei pullman in partenza dal terminal, i notturni per Ventimiglia, Milano e Torino. E immaginano il loro futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA