Diaz, schiaffo al Paese culla del diritto

di Paolo Graldi
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Martedì 7 Aprile 2015, 23:51 - Ultimo aggiornamento: 8 Aprile, 00:09

Siamo un Paese dove si esercita la “tortura”, ma poi non la si punisce.Complici i buchi neri mai colmati della legge che apre scorciatoie verso la impunità ai colpevoli. Queste non sono invettive dai toni forti, prese dalla propaganda ultras, ma il succo di una sentenza, sarebbe meglio dire, un ceffone, che ci arriva direttamente dalla Corte Suprema dei diritti umani di Strasburgo.

E si riferisce a quella “macelleria messicana” (definizione di un imputato, vicequestore Michelangelo Fourier) che fu la notte del 21 luglio 2001, a Genova nel corso del G8 insanguinato dalla guerriglia e dalla reazione della polizia, prima nella scuola Diaz e poi nella caserma di Bolzaneto. Novantatré attivisti che avevano partecipato alle manifestazioni poi sfociate in scontri durissimi contro le forze dell’ordine vittime di violenze inaudite durante un’irruzione nei locali della scuola, dove volevano passare la notte: 61 finiti all’ospedale, tre in prognosi riservata, uno in coma.

Tra questi ultimi c’era Arnaldo Cestaro, un ometto fragile e confuso, allora sessantunenne, finito là quasi per caso, pensava per riposarsi, massacrato di botte, un braccio e una gamba spezzati, dieci costole rotte, un calvario che si trascina fino ad oggi. E’ lui che si è rivolto a Strasburgo e da quella Corte ha ottenuto un verdetto che suona come un terribile j’accuse per il nostro sistema giudiziario.

Maltrattamenti subiti, legislazione inadeguata contro “atti di tortura e misure dissuasive che prevengono la loro dissuasione”. Lo Stato italiano è dunque fermamente invitato a porre rimedio, meglio se con una certa urgenza, a queste storture. La prima riguarda la circostanza che da noi la tortura a norma di codice, come fatto reato, è punita solo se reiterata. Se si commette una sola volta, passi.

È quel che è accaduto al processo di Genova dove si sono rivissute scene fino ad allora viste solo in certi film sull’età dei barbari, sul nazismo, nelle infinite persecuzioni che scandiscono l’andare del mondo che si nutre di violenza. Non fu difficile evitare di usare la carta opaca delle sentenze esemplari: mancava il reato giusto. Noi avevamo da esibire, ma non bastava, i grandi principi di civiltà ai quali ci ispiriamo con diverse deroghe e parecchie eccezioni. Tutte, deroghe ed eccezioni, mai abbastanza esecrabili, comunque innescate, per esempio, da sconsiderate provocazioni e atti di guerriglia.

E dire che noi italiani l’abbiamo scritto, bello chiaro, in Costituzione, articolo 13: “La libertà personale è inviolabile”, e poi, va punita ogni violenza fisica o morale “sulle persone comunque sottoposte a restrizione della libertà personale”. Da allora, per rafforzare e arricchire il concetto abbiamo sottoscritto la Convenzione di Ginevra (1949), la Convenzione dei Diritti dell’Uomo (1948), Carta dei diritti fondamentali dell’Ue (2000), Convenzione Onu (1984), corte penale internazionale con lo Statuto di Roma (1998). Insomma: abbiamo costruito una botte di ferro, una corazza a prova di lanciafiamme, un muro invalicabile. Magari. Tante parole scritte sul marmo della storia continuamente imbrattate o vilipese dai comportamenti dell’uomo.

Adesso dobbiamo riprenderci con rapidità dalla stangata di Strasburgo. Materiale su cui ragionare ce n’è quanto se ne vuole anche se l’ultima volta, sul serio, se ne è discusso alla fine del febbraio 2008, appunti nei giorni del processo. In Parlamento giacciono e riposano almeno sette disegni di legge. C’era tutto il tempo per farne una legge, si è lasciato correre. Proprio questa settimana la legge che introduce nel nostro ordinamento il reato di tortura è nell’agenda della Camera, dopo che il Senato ha già dato il suo via libera. Si riparte da lì. Sette articoli dove la tortura viene fissato come reato comune con tanto di aggravanti e pene severe se dei fatti sono colpevoli pubblici ufficiali. È perfino prevista una sanzione per la istigazione alla tortura e la non utilizzabilità nel processo penale di dichiarazioni estorte a meno che non servano contro l’autore del fatto e al solo fine di provarne la responsabilità penale. Sul testo si vedrà come si porranno al voto finale le diverse forze politiche, se prevarrà la sostanza della legge o la legge degli emendamenti e dei codicilli, tanto per prendersi altro tempo.

Arnaldo Cestaro, oggi ancora malandato e con 75 anni sulle spalle, risarcito con 45 mila euro, non si godrà neppure questa somma. L’Agenzia delle Entrate avanza un credito di 32 mila euro per cartelle mai pagate. Un beffa, ma lui dice che gli interessa solo l’affermazione del principio. Altri casi seguiranno, in lista d’attesa sono una trentina. Per una volta potevamo evitarci la tirata d’orecchie, come pure è avvenuto per le strutture carcerarie e la condizione dei detenuti, questi ultimi anch’essi considerati ostaggi sotto tortura. Sembra incredibile, siamo il Paese patria del diritto mentre passiamo sempre per coloro che lo prendono a calci.