Garlasco, dalle scarpe pulite alle impronte così l'accusa ha chiuso la partita

di Claudia Guasco
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Giovedì 18 Dicembre 2014, 05:55 - Ultimo aggiornamento: 14:42

MILANO - Il montito della Cassazione era stato inequivocabile: occorre una valutazione «complessiva e unitaria degli elementi acquisiti», ovvero una «rilettura e rivisitazione» di tutti i dati a carico di Alberto Stasi. Per l'accusa il quadro non lasciava margini di dubbio, gli indizi nei confronti dell'ex bocconiano erano «gravi, precisi e concordanti», per la difesa si è trattato di un «processo lombrosiano e senza prove». Alla fine i giudici della prima sezione della Corte d'Assise d'Appello hanno stabilito che quanto ha messo in fila il sostituto pg Laura Barbaini nel supplemento d'indagine incastrano Alberto: lui e soltanto lui, è la conclusione dei magistrati, la mattina del 13 agosto 2007 si è presentato alla porta di Chiara, l'ha uccisa con un oggetto simile a un martello, è tornato a casa, si è cambiato e si è seduto davanti al computer a scrivere la tesi.

LA CAMMINATA FATALE

Decisiva è stata la nuova perizia disposta sul percorso che il fidanzato ha detto di aver compiuto quado è entrato nella villetta dei Poggi e ha visto la giovane gettata in fondo alle scale della tarvernetta. La nuova «camminata sperimentale», estesa ai primi due gradini calpestati da Alberto prima di trovare la vittima, porta a escludere la possibilità di percorrere il pavimento sporco di sangue senza sporcarsi le suole. Ma quando Alberto ha consegnato ai carabinieri le Lacoste che ha affermato di avere ai piedi la mattina dell'omicidio, le scarpe erano immacolate.

Secondo gli esperti è da escludere che il sangue secco, una volta calpestato, si sia disperso e il numero di quella impronta a pallini lasciata dal killer è un numero 42, lo stesso del fidanzato. Non solo: un esperimento effettuato sui tappetini della Golf nera, a bordo della quale Stasi si precipitò alla caserma dei carabinieri, dimostra che qualche traccia di sangue doveva pur restare. Eppure niente. In compenso sul dispenser del sapone del bagno sono rimaste due impronte digitali del ragazzo mischiate al dna di Chiara: «l'assassino si è lavato le mani», sostiene l'accusa, ci sono i pedali invertiti su due biciclette di casa Stasi e una terza bici svanita nel nulla. Oltre alle incongruenze e ai pasi falsi di Stasi: lui che quando chiama il 118 chiedendo aiuto per la fidanzata morta in realtà è già favanti alla caserma - come proverebbe la voce in sotofondo di un carabiniere - e ancora lui che racconta del volto bianco di Chiara quando invece era una maschera di sangue. «È l'ultimo ricordo che ha di lei da viva, mentre la uccideva», sostiene la procura.

IL DNA IGNOTO

Eppure, hanno contrattaccato i difensori, al castello di accuse contro Stasi mancano le fondamenta: non c'è ombra di movente, i due si amavano e lei aveva rinunciato alle vacanze in montagna con fratello e genitori per stare accanto al fidanzato che studiava. Quanto all'arma del delitto, non è stata mai trovata. Il resto, per i legali Giarda e Colli, sono solo suggestioni, dai graffi sulle braccia di Alberto che secondo un paramedico dell'ambulanza di Garlasco non c'erano quando gli ha misurato la pressione, al fatto che le scarpe sequestrate diciannove ore dopo il delitto possono esersi ripulite dal sangue semplicemente camminando. In compenso, sopra le unghie di Chiara sono state isolate otto tracce di dna maschile ignoto e in casa Poggi ben sessanta impronte digitali, oltre a quelle lasciate dagli investigatori. Un assassino, sostengono i difensori di Stasi, che non è stato mai cercato davvero. Perché dalla mattina del 13 agosto 2007 «l'unico sospettato della morte della ragazza è stato sempre e solo Alberto».