Roma, dai ladri ai vandali di bici: Gobee dice addio all'Italia

Giovedì 15 Febbraio 2018 di Mauro Evangelisti
Sono state gettate nel Tevere, danneggiate senza ragione, abbandonate per strada o rubate. Alla fine su 185 biciclette con cui a dicembre era iniziato il servizio di bike sharing libero, ne sono state danneggiate senza una reale ragione un centinaio. Troppe. Da Hong Kong, sede centrale di Gobee.bike, dove la società è stata fondata da un imprenditore francese, Raphael Cohen, hanno alzato bandiera bianca. Il sogno del bike sharing libero - senza stazione, prendi e lasci la bici dove capita - a Roma è finito dopo appena due mesi. A parziale consolazione dei romani c'è il fatto che vandali e ladri hanno vinto anche nelle altre città italiane (Torino e Firenze), francesi (Parigi, Reims, Lione e Lille) e Bruxelles. Spiegano da Gobee: «In Europa abbiamo cominciato a Lille in ottobre. In 4 mesi il 60% della nostra flotta è stato distrutto, rubato o privatizzato, rendendo insostenibile l'intero progetto europeo. La polizia è riuscita a identificare alcuni dei colpevoli. Alcune indagini stanno proseguendo. Ci aspettiamo che paghino sia socialmente che finanziariamente per le loro azioni».

LA RESA
La ritirata riguarda tutta l'Europa, Gobee continuerà a operare solo nella città in cui è stata fondata, Hong Kong. Dove, per la verità, non tutto è stato rose, fiori e pedalate: anche lì sono stati segnalati casi di bici gettate nel Shing Mun river. Per utilizzare questo servizio bisognava scaricare un'applicazione sullo smartphone, versare una cauzione di 15 euro. Esattamente come con il car sharing, si cercava grazie al Gps dove era presente una bici. Con un codice a barre nel display dello smartphone avvicinato al lettore installato nel mezzo, si sbloccava il lucchetto e si poteva cominciare a pedalare. Costo: cinquanta centesimi per mezz'ora. Tutto molto bello, solo che le bici hanno iniziato a sparire, a essere smontate e, chissà perché, gettate nel Tevere. A Roma però resta un altro servizio di bike sharing libero e anche in questo caso la società è asiatica, ma di Singapore: si chiama Obike (le sue bici sono gialle, quelle del concorrente di Hong Kong erano verdi), è presente in 40 città di tre continenti differenti (dall'Australia alla Thailandia, dall'Islanda alla Corea del Sud), ma già ha pagato il suo tributo di biciclette buttate nel Tevere a Roma.

BUSINESS
La storia del bike sharing inizia con un'utopia, che come non di rado succede si rompe il muso contro la realtà; poi si trasforma in un grande business, con qualche incidente di percorso sempre per colpa della solita maledetta realtà. In estrema sintesi: negli anni Sessanta, ad Amsterdam, fu un gruppo rappresentante della cultura alternativa anti auto, i Provos, a lanciare il progetto delle bici dipinte di bianco a disposizione di tutto. Non andò benissimo, diverse furono rubate. Oggi solo una città continua a garantire il bike sharing gratuito, Aarhus (Danimarca, per gli amanti della serie tv qui è ambientato Dicte), con un sistema simile a quello dei carrelli del supermercato: metti una moneta, la riprendi quando restituisci la bici. Ma il vero boom è arrivato grazie alla diffusione di smartphone, applicazioni e gps. In Asia, ma soprattutto nelle megalopoli cinesi, è molto diffuso, tanto che si calcola che il sistema, con differenti compagnie, abbia decine di milioni di bici su strada: tra i brand più diffusi c'è Ofo, con sede a Pechino, ma che dichiara di essere presente in 250 città del mondo (in Italia a Milano ed Varese) con 10 milioni di bici e 200 milioni di utenti (tra gli investitori c'è Alibaba). Sempre a Pechino è nata Mobike, presente in 150 città tra cui Firenze, Milano, Torino e Bergamo. Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 08:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA