Calabria, presi gli assassini di Cocò, il bimbo di 3 anni bruciato insieme ai nonni

Calabria, presi gli assassini di Cocò, il bimbo di 3 anni bruciato insieme ai nonni
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Lunedì 12 Ottobre 2015, 08:04 - Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre, 17:10

Arrestati dai carabinieri del Ros due presunti autori dell'omicidio del piccolo Cocò Campolongo, il bambino di soli tre anni ucciso e bruciato in auto a Cassano allo Jonio, insieme al nonno e alla compagna di questi, il 16 gennaio 2014.

L'efferato omicidio aveva commosso l'Italia e anche papa Francesco aveva ricordato Cocò durante l'Angelus.

Gli arresti sono stati compiuti stamani dai militari del Reparto operatico e da quelli del comando provinciale di Cosenza che hanno dato esecuzione a un'ordinanza di custodia cautelare in carcere, richiesta dalla procura distrettuale antimafia di Catanzaro. I due indagati, Cosimo Donato, alias “topo”, nato a Castrovillari (Cs), 38 anni e Faustino Campilongo, alias “panzetta” nato a Cassano allo Jonio (Cs), 30 anni, entrambi in carcere, devono rispondere del triplice omicidio di Giuseppe Iannicelli, 52 anni, della compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27, e - appunto - del nipotino dell'uomo, Nicola 'Coco' Campolongo, di tre anni.

La dinamica. I loro cadaveri furono trovati carbonizzati all'interno di un'autovettura. Le indagini accertarono che i tre furono uccisi con diversi colpi di pistola; poi, i corpi furono bruciati. Il 26 gennaio 2014, dieci giorni l'omicidio, Papa Francesco rivolse a Cocò un pensiero e una preghiera in occasione dell'Angelus in piazza San Pietro: chi ha ucciso un bambino così piccolo, «con un accanimento senza precedenti nella storia della criminalità, si penta e si converta», aveva detto il Pontefice, che qualche mese dopo incontrò anche il padre del bimbo, detenuto nel carcere di Castrovillari.

Usato come scudo. Il piccolo Cocò veniva usato dal nonno, che lo portava sempre con sè, come scudo protettivo per dissuadere i suoi nemici dal compiere agguati nei suoi confronti. È quanto hanno riferito i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza.

Cocò conosceva i suoi assassini. È una delle ipotesi avanzata dai carabinieri, che oggi hanno arrestato due persone accusate di avere ucciso il bambino di tre anni insieme al nonno Giuseppe Iannicelli e alla compagna marocchina di lui a Cassano all'Ionio nel gennaio di quasi due anni fa. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, il contesto in cui è maturato l'omicidio è quello del traffico di droga. Gli autori dell'efferato delitto frequentavano gli stessi ambienti di Iannicelli, da qui l'ipotesi che il nipotino li conoscesse bene e dunque la decisione di non risparmiarlo all'atroce fine a cui era destinato il nonno.

Il movente. Sarebbe da collegare a contrasti per la spartizione dei proventi del traffico della droga l'agguato nel quale furono uccisi Giuseppe Iannicelli, la compagna marocchina ed il nipote di tre anni. Iannicelli, che sarebbe stato legato alla cosca degli zingari, che gestisce il traffico della droga nella zona dell'alto Jonio cosentino, avrebbe tentato di assumere un ruolo autonomo e per questo motivo sarebbe stato assassinato.

Gli arrestati. Erano già detenute le due persone accusate di avere eseguito materialmente, nel gennaio del 2014, a Cassano allo Jonio, l'omicidio del piccolo Cocò Campolongo. Cosimo Donato, 38 anni, detto «topo», e Faustino Campilongo, di 39, detto «panzetta», secondo l'accusa, distribuivano la droga tra Firmo, Lungro ed Acquaformosa per conto di Iannicelli col quale avevano anche un debito per una partita non pagata. I due sono accusati di omicidio premeditato e distruzione di cadavere, con l'aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l'attività della cosca degli Abbruzzese. In particolare, secondo la Dda di Catanzaro, sarebbero stati incaricati di attirare Iannicelli in una trappola. Al momento, però, non è stato accertato se siano gli autori materiali visto che al triplice delitto, secondo gli inquirenti, avrebbero partecipato altre persone. Iannicelli, secondo le indagini dei carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, era da tempo dedito allo spaccio di droga, prima con la cosca degli zingari, gli Abbruzzese, e poi con il sodalizio contrapposto dei Forastefano. Il contrasto con gli Abbruzzese risaliva alla cosiddetta «faida di Cassano», avvenuta tra il 2003 ed il 2004. Dissidio che si era acuito recentemente dopo che nel cassanese si era diffusa la notizia secondo cui Iannicelli sarebbe stato intenzionato a collaborare con la giustizia. Circostanza nata per una presunta lettera scritta dall'uomo alla moglie mentre era detenuto ma mai trovata dagli investigatori, che non hanno neanche avuto conferme in tal senso. Tantomeno Iannicelli si è mai rivolto alle forze dell' ordine prospettando la possibilità di collaborare. Solo una volta, imputato in un processo per armi, l'uomo aveva indicato come il reale proprietario uno degli Abbruzzese che, tra l'altro, era deceduto. Innicelli, inoltre, era inviso agli Abbruzzese per la sua volontà di aprire un autonomo canale di approvvigionamento di droga che avrebbe compromesso il monopolio imposto dagli zingari. Le indagini si sono avvalse anche di un collaboratore di giustizia, detenuto da tempo, che avrebbe appreso alcuni particolari in carcere. Con gli accertamenti tecnici sono stati poi ricostruiti i movimenti degli indagati nell'arco temporale in cui è stato commesso il triplice omicidio, accertando, grazie all'analisi delle celle radio individuate, la presenza di Donato e Campilongo Faustino nelle immediate vicinanze del luogo dove è verificato l'incendio dell'automobile con i tre corpi all'interno. Donato e Campilongo, sono detenuti dal dicembre scorso per tentata estorsione. I due avrebbero preteso da un imprenditore, con ripetute minacce, di essere assunti «fittiziamente». Volevano essere pagati, in sostanza, senza prestare alcuna attività lavorativa.

Renzi. «Vorrei esprimere la gratitudine mia e del governo agli inquirenti, alle forze dell'ordine e a tutti i servitori dello Stato che hanno raccolto gravi indizi su killer e mandanti del terribile omicidio del piccolo Cocò, il bimbo di 3 anni ucciso e poi bruciato a Cassano allo Jonio». Lo scrive su Facebook il premier Matteo Renzi. «Niente - aggiunge - potrà sanare il dolore per l'accaduto, ma sono e siamo orgogliosi delle italiane e degli italiani che ogni giorno combattono contro la criminalità e per la giustizia: grazie».

La cosca degli Zingari temeva che Giuseppe Iannicelli potesse collaborare con la giustizia e per questo motivo lo hanno ucciso. È quanto emerso dalle indagini che hanno portato all'arresto dei due responsabili dell'omicidio del 52enne di Cassano all'Ionio, del nipotino Cocò di tre anni e della compagna marocchina 25enne. I dissidi con la cosca Abbruzzese erano in corso da tempo e si erano acuiti quando la notizia della possibile collaborazione iniziò a circolare negli ambienti criminali. Per il triplice omicidio sono stati arrestati Cosimo Donato, di 38 anni, e Faustino Campilongo di 39 anni, entrambi già detenuti al carcere di Castrovillari.

La trappola. Il nonno di Cocò era stato attirato in trappola. Le celle radio analizzate dal Ros sembrano incastrare i due killer sul luogo dove venne ritrovata l'auto bruciata con i corpi all'interno. I due erano spacciatori che agivano sotto le direttive di Iannicelli e questo pretendeva che non lavorassero per altri ma nello stesso contesto sono sorti contrasti. «Riteniamo -ha dichiarato il procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro, Vincenzo Lombardo- che abbiano partecipato anche altre persone a questo delitto. Ci sono tracce di altri veicoli presenti nella zona. Sicuramente i due soggetti arrestati oggi hanno partecipato all'occultamento dei cadaveri».

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