Clima, a Roma il summit mondiale sulla sorte dei grandi fiumi

di Erasmo D’Angelis *
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Lunedì 23 Ottobre 2017, 01:02 - Ultimo aggiornamento: 11:00

* Segretario Generale Autorità di Distretto Idrografico dell’Italia Centrale

Questa mattina inizia a Roma, nella promoteca del Campidoglio, aperta dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dal ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti e dalla sindaca Virginia Raggi, la tre giorni del summit mondiale “Acqua e clima, i grandi fiumi del mondo a confronto”. Sarà conclusa dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e affronterà due emergenze globali con impressionanti impatti locali. I lavori, non a caso, inizieranno con un messaggio di Papa Francesco che ha schierato la Chiesa nella tutela dei beni naturali, pilastro dell’Enciclica Laudato si’.

Primo tema del vertice, coordinato da Walter Mazzitti, che affronta la geopolitica dell’acqua e farà partire l’idro-diplomazia per ridurre problemi e conflitti, è l’effetto clima. A due anni dal patto siglato a Parigi per evitare che la temperatura globale superi i 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, l’ “uragano Trump ha riportato le scelte indietro di due decenni. Eppure, più che gli ecologisti, sono oggi i “lupi” di Wall Street a chiedere la svolta di fronte ai costi delle catastrofi meteo-climatiche. Se tra il 1970 e il 1989 le compagnie assicuratrici risarcivano in media 5 miliardi di dollari l’anno, oggi ne scuciono 30 all’anno per eventi climatico-dipendenti in aree sempre più urbanizzate. Il global warming è la variabile economica che sta ingoiando ingenti capitali per inondazioni e frane triplicate, tempeste e uragani raddoppiate, forte aumento di periodi di siccità e furiosi incendi. I soli uragani Harvey, Irma e Maria costeranno 95 miliardi di dollari. Cinismo finanziario a parte, sono incalcolabili i costi in vite umane e le devastazioni ambientali.

Seconda questione è l’acqua, fondamentale per la vita che mai come oggi rappresenta tutte le emergenze planetarie: siccità e carestie che spingono grandi migrazioni, alluvioni, inquinamento e 37 conflitti armati per il controllo e lo sfruttamento di grandi fiumi e sorgenti. 

L’acqua è un ciclo rinnovabile. Sul “pianeta blu” copre il 72% della superficie con 1,4 miliardi di km cubi, ma la quasi totalità, il 97%, è mare e oceani. Solo l’1% è acqua dolce utilizzabile, il 2% che resta è intrappolata sotto ghiacci polari o è neve. Ma il guaio per tanti esseri umani è nella sua differente distribuzione e qualità. È in grandi quantità in zone spesso irraggiungibili o disabitate. Il Rio delle Amazzoni, il Congo e l’Orinoco, i tre grandi fiumi che fanno un quarto di tutta l’acqua potabile planetaria, attraversano foreste pluviali e terre dove nessun essere umano mette piede. L’Africa ha risorse idriche eccezionali ma solo in minima parte utilizzabili. Il risiko delle disponibilità vede nell’assetata Etiopia partire l’84% delle acque del grande Nilo. 
Almeno tre cause “umane”, se non affrontate, aumenteranno problemi e guerre: l’inquinamento nei paesi industrializzati, i colossali sprechi, il supersfruttamento dei fiumi nelle zone più aride tra Egitto, Messico, Pakistan, Australia, Asia centrale. Sarà l’Onu a rivelare a Roma il dato più tragico: il numero di morti per mancanza di acqua o per acqua inquinata nel mondo risulta più alto rispetto a quello di tutte le forme di violenza e guerre: 10.000 al giorno, ogni 17 secondi muore un bambino parte di una umanità con 3 miliardi di persone con scarsità o assenza della risorsa. 

E l’Italia? Il Summit ci coglie in piena crisi idrica che non è certo la big notizia dell’agenda parlamentare. Da otto mesi 12 Regioni sono in emergenza siccità, e l’opera della criminalità degli incendi ha fatto il resto, con circa 6 miliardi di euro di danni solo in agricoltura, il doppio dell’ultima grande siccità del 2003 dopo la quale, però, non sono state avviate misure strutturali. L’altra faccia della medaglia è l’accelerazione e l’aumento di eventi meteo estremi. Il cielo può scaricare su un’area ristretta una quantità di pioggia a carattere “esplosivo” che poteva cadere in mesi o in un anno, come è accaduto a Livorno. E l’11% del nostro territorio con 7 milioni di italiani è in condizioni di fragilità strutturale per errori idraulici e follie urbanistiche. Basti pensare ai 12.000 km di corsi d’acqua tombati nell’ultimo secolo dall’espansione urbana no limits. Subiamo troppe crisi che più che idriche sono di infrastrutture idriche e di policy adeguate, a partire dallo psicodramma estivo di Roma che ha fatto il giro del mondo come una capitale africana assetata quando è la città con più riserve d’acqua. Dobbiamo e possiamo, nell’era dei big data e degli algoritmi, mettere fine al paradosso di essere un Paese tra i più ricchi di acqua ma tra i più poveri di opere per immagazzinarla e riutilizzarla quando serve. Istat e Ispra calcolano una media storica di 302 miliardi di metri cubi l’anno di pioggia sull’Italia, al top in Europa, con prelievi complessivi di appena l’11% (46,7% all’irriguo, 27,8% a usi civili, 17,8% a usi industriali, 4,7% all’energetico e 2,9% alla zootecnia). Abbiamo in custodia il più importante patrimonio idrologico europeo composto da 1.242 corsi d’acqua, 14 laghi naturali e 183 artificiali, 1.053 corpi idrici sotterranei. Le 381 dighe di oltre 15 metri altezza e le 28 meno capienti, non bastano, e con questa legge di bilancio partirà il primo piano per 2000 nuovi bacini di accumulo piccoli e medi. Si affiancherà ai cantieri di Italiasicura per le difese da piene e frane. Due pianificazioni di prevenzione strutturale a lungo termine volute dai governi Renzi e Gentiloni che andranno oltre le stagioni politiche.

Non c’ è più tempo da perdere in una Italia che ha bisogno urgente di una regia condivisa per tappare le falle nella rete idrica civile al 38% di perdite, risparmiare nell’irrigazione, depurare gli scarichi fognari che vedono un terzo di abitanti ancora non raggiunti da reti di fognature o allacciati ad un depuratore, aumentare i controlli su corsi d’acqua e laghi quasi inesistenti in diverse Regioni. Servono scelte rapide. Se un tempo l’uomo aveva bisogno dell’acqua, oggi è l’acqua ad avere bisogno dell’uomo. Lo dimostra ogni giorno il Tevere, il “monumento” più antico e più maltrattato di Roma, che sembra scorrere come un intruso e un nemico, e come tale subisce incuria, scarichi, illegalità. Nel Tevere si specchia Roma. Deve essere restituito ai romani e al mondo sicuro e pulito per raccontare una grande ed epica storia ed aprire le sfide del nostro futuro.

 

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