MIGRANTI

Il Capo di Stato maggiore Graziano: controlli Ue in acque libiche, un errore parlare di blocchi navali

Venerdì 22 Giugno 2018 di Marco Ventura
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Flussi migratori illegali, traffico di armi, droga ed esseri umani, possibili infiltrazioni di terroristi sui gommoni. Le minacce per l’Italia arrivano dal fianco Sud: Africa del Nord e Mediterraneo. «Ma è improprio parlare di blocchi navali, sarebbero un atto di guerra. L’interdizione e il controllo lo facciamo già. Si potrebbe invece rafforzare la missione europea Sophia, passando alla fase in cui potrà entrare in acque libiche». Auspicabili una maggiore sinergia con le missioni Nato Sea Guardian e Frontex Themis, e la rapida operatività della capacità interforze italiana di «protezione dal mare con forze di ingresso leggere come i paracadutisti e aeree e terrestri in grado di dispiegarsi velocemente. Abbiamo interesse strategico a esserci in Africa del Nord e Sahel, da dove arrivano i migranti». Così il generale Claudio Graziano, da febbraio 2015 capo di Stato maggiore della Difesa.

Generale, perché è così importante il fianco Sud?
«L’Italia da anni spinge perché la Nato risponda a 360 gradi alle sfide e tenga nel giusto conto rischi e minacce dall’area Sud, da dove nascono le migrazioni incontrollate e i traffici illeciti per rifornire l’Isis-Daesh. Sulla sicurezza incidono l’incremento demografico, le situazioni di povertà e la trasformazione del terrorismo da geografico a magmatico dopo la caduta del Califfato».

Dopo la Libia, stiamo avviando una missione in Niger…
«Sempre su richiesta di quei Paesi, come in Iraq e Afghanistan. Quanto al Niger, da lì arrivano i migranti. Valuterà il governo su queste operazioni ad ampio respiro verso l’area mediorientale e mediterranea»

Anche attraverso blocchi navali anti-scafisti?
«La forza italiana opera con Mare Sicuro e con Sophia, per distruggere la rete di trafficanti, vigilare sull’embargo, formare la guardia costiera libica. L’obiettivo sono i ‘cattivi’, gli scafisti, non i migranti. Un blocco navale tecnicamente è quello attuato con risoluzione Onu nell’Adriatico durante la guerra in Bosnia, un atto di belligeranza come gli americani a Cuba. Le nostre navi di Sophia già fanno ispezioni concordate, ma la missione si rafforzerebbe potendo entrare in acque libiche su richiesta libica. Deciderà l’Europa come proseguire»,

Quanto dobbiamo avere paura del terrorismo?
«Il terrorismo magmatico cambia velocemente bandiera e direzione, e tende a diffondersi nei Paesi falliti. L’Italia è un esempio virtuoso di sicurezza, grazie alla collaborazione tra forze armate, di polizia e Intelligence: tra difesa avanzata e sicurezza interna. Il migrante non può essere assimilato al terrorista, che entra in Europa per lo più in altri modi e si genera nelle situazioni di degrado nella stessa Europa. Ma non possono escludersi infiltrazioni».

È strategico restare in Afghanistan?
«Come si collega il nostro interesse nazionale con l’ambizione come Paese e con la necessità di controllare i luoghi di generazione del rischio? Spetta all’autorità politica e legislativa decidere se l’Italia debba contribuire in questo modo al sistema della sicurezza internazionale. In Afghanistan abbiamo operato perché il terrorismo dei Talebani non si spostasse in Europa, in Iraq in aiuto a quel governo per mettere fine agli orrori contro donne, civili e patrimonio artistico. Con la sconfitta dell’Isis, il terrorismo potrebbe spostarsi verso le sponde mediterranee e da lì ovunque. Per questo siamo pure in Somalia. Le missioni hanno creato un’immagine positiva del Paese e alzato la qualità delle nostre forze armate».

Verso Est possiamo sentirci sicuri?
«Siamo solidali con la Nato e rispettiamo le alleanze, ma siamo pure attivi contributori del dialogo verso Est. La Russia è partner fondamentale di Europa e Italia. Certi Paesi Nato percepiscono maggiori pericoli da Est: noi possiamo essere utili al doppio binario fermezza-dialogo. È cruciale che la Ue si sia data una strategia globale decidendo di sviluppare una capacità nella sicurezza, sinergica con la Nato. Quella sempre in corso è la guerra cibernetica: quest’anno diverrà pienamente operativo il comando interforze operazioni cibernetiche».

Avremo meno generali e più truppa?
«Il governo dovrà decidere se sviluppare i principi del Libro Bianco che puntava a razionalizzare aumentando le componenti operative e riducendo supporto e comando. L’amministrazione della Difesa ha già tagliato del 30 per cento i propri dirigenti di vertice. Servono più giovani. Tra il 2028 e il 2030 avremo il primo generale donna. Le militari oggi sono 14.600. In missione di pace, un ufficiale donna è un esempio per le donne del posto di quello che possono essere e diventare». Ultimo aggiornamento: 12:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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