Caso Yara, il muratore chiamato “il favola” ritratto della banalità del male

di Giuseppe Montesano
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Sabato 2 Luglio 2016, 00:22

Se Massimo Bossetti fosse un personaggio da romanzo, sarebbe un personaggio senza volto: sarebbe chiunque e nessuno. Tutto quello che si sa di certo su di lui come persona, e non in quanto imputato e accusato di un delitto atroce, è desolantemente anti-romanzesco, privo di drammaticità, privo di doppi fondi, privo di qualsiasi elemento da personaggio. Abbiamo scoperto che ama i cani, e i gatti, e la famiglia; lo abbiamo visto smargiasso e biondo sotto un’incongrua abbronzatura da muratore specializzato che forse vuole essere ciò che non è; ci viene detto che sul computer di casa cercava siti su sesso e ragazzine.

Ci hanno detto che su Facebook mandava foto di animali e di figli e di se stesso, e scriveva frasi a effetto come tutte le frasi a effetto di cui rigurgita lo specchio magico digitale; in certe foto, un cagnolino in braccio e lo sguardo perduto, sembra somigliare al mitico dottor House: ma House è un genio pazzoide della medicina che sa tutto e vive di psicofarmaci, ed è una creazione televisiva, e Bossetti è un operaio-artigiano che per sua stessa ammissione è un “ignorantone” che gira con un camioncino, ed è reale. Bossetti è soprannominato in giro “il favola”: un epiteto che parla del racconto di sé che Bossetti fa agli altri e a se stesso, un racconto che lo svela un personaggio inconcludente che potrebbe essere uscito dal mondo provinciale di Piero Chiara aggiornato ai tempi di Facebook. Poi di colpo, incrociato al dna di Anonimo 1 e a una storia di dna che è essa sì un romanzo, Bossetti diventa l’assassino insensato e feroce di una bambina: per chi lo accusa è un sadico che gode sessualmente del terrore inflitto a una creatura umana, per chi lo difende una sorta di sfigato incapace persino di cancellare le tracce.

 
E allora comincia ad apparire il personaggio: che si dichiara teatralmente innocente, che non vuole parlare ma che convince della propria innocenza uno dei suoi difensori al punto da spingerlo a dichiarare in aula di essere certo dell’innocenza del difeso, che dice di voler guardare negli occhi i familiari di Yara perché a suo dire non ha nulla da nascondere: solo da accusato, e ancora più da incriminato, Bossetti “il Favola” sembra assurgere allo status di personaggio. Ma anche così Bossetti non somiglia ai protagonisti delle storie criminali oggi ricostruite nei docufilm, e continua a somigliare di più a un “balordo” di Piero Chiara piuttosto che a un tenebroso “eroe” del male. C’è poco da fare: se Bossetti fosse un personaggio sarebbe una sorta di anonimo, e se fosse lui l’assassino di Yara sarebbe un esempio perfetto della banalità del male. Non ispira pietà o terrore, e meno che mai trasuda da lui quella fascinazione del Male diabolico che fa capolino in molti altri protagonisti di casi criminali. E il racconto dei vicini su di lui racchiude la solita cantilena che risuona quando si interpella il coro vago della gente normale: era un bravo ragazzo, era un tipo tranquillo, andava sempre a messa, così dice la vaga voce della gente, ed è come se non dicesse niente. Il male è banale?

Se Bossetti è colpevole non ci sono dubbi: il male è banalissimo, la sua banalità è la più perfetta delle maschere, e niente è più atroce di questa capacità del male di dissimularsi persino a se stesso, perché la banalità del male non toglie al male il suo orrore, lo rende soltanto più subdolo e inafferrabile: se Jack lo Squartatore è romanzesco e appariscente come l’Hannibal del Silenzio degli innocenti, allora l’anti-eroe banale dei nostri tempi grigi sarà l’uomo invisibile, l’everyman che è tutti e nessuno, l’uomo senza anima che invano cerchiamo di decifrare, l’uomo senza qualità che può perpetrare crimini orrendi protetto dal suo essere uno qualunque. Scriviamo cercando di scorgere oltre la superficie un uomo accusato di un delitto inaudito, e non riusciamo a vederlo; scriviamo come chi vorrebbe capire il perché, e non capisce: e alla fine è proprio questo non capire che ci atterrisce più profondamente. P.S. Il tribunale di Bergamo ha condannato Bossetti all’ergastolo. La Legge ha fatto il suo corso. Ma la banalità del male resta incomprensibile.

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