Esequie choc, la Chiesa dà lezioni ma non applica il rigore

Venerdì 21 Agosto 2015 di Carlo Nordio
Quando, alcuni anni fa, la Chiesa rifiutò i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, colpevole di aver chiesto l’interruzione dell’accanimento terapeutico, i commentatori si divisero in due schiere. I primi dissero che era stato un errore, non potendosi negare l’estrema misericordia a chi tanto aveva patito. I secondi sostennero che non c’era altra scelta, poiché il paziente aveva coscientemente e deliberatamente violato il fondamentale precetto dell’indisponibilità del diritto alla vita.



Quest’ultima tesi aveva un suo fondamento, e poggiava, per dirla filosoficamente, sul concetto di razionalità: se l’uomo è libero di decidere del suo destino, e quindi di disubbidire ai principi della Chiesa, quest’ultima ha il diritto, e forse il dovere, di estrometterlo dal suo seno. Chi, anche tra i laici, aveva a cuore il patrimonio di ragionevolezza e di coerenza di questa istituzione bimillenaria, aveva persino plaudito alla sua decisione forse lacerante ma sicuramente coraggiosa. Tale patrimonio è stato intaccato, se non addirittura disperso, dagli eventi di questi giorni, e il bizzarro spettacolo dei funerali di Casamonica rischia di costituire il prologo della sua bancarotta. Non perché sia stata dato conforto religioso alla salma e alla famiglia; è compito, nobilissimo compito della Chiesa accogliere e benedire le ceneri di chi, quale sia stata la sua condotta in vita, abbia dimostrato sincero pentimento e intenzione espiatoria.



Tuttavia non occorre leggere il manuale di Luigi de Liguori per sapere che il peccato, anche il più sacrilego, può essere perdonato solo dopo un ravvedimento operoso. Mentre il funerale del “boss”, anche prescindendo dalle sue eccentricità folcloristiche, sembra essere stato più un’ostentazione arrogante di spavalderia che un umile invocazione di indulgenza. Lo slogan della “conquista del Paradiso” è sembrato blasfemo persino a chi, pur intossicato di anticlericalismo, conservi una residua simpatia per il mito consolatorio di una eterna beatitudine.



E la musica del “Padrino”, con la sua provocazione allusiva, ha profondamente disgustato chi mantenga, davanti al sepolcro, una briciola di reverenziale dignità. Le giustificazioni date dall’autorità ecclesiastica hanno, se possibile, aggravato la situazione, perché sono sembrate goffe e puerili. Esse costituirebbero un danno limitato, e rimediabile, se non si inserissero in un momento di sconcertante “débordement” di interventi ecclesiastici sulle materie più disparate, sulle quali la Chiesa avrà anche autorità morale ma nessuna competenza, cosicché le sue analisi, spesso sbagliate, la espongono a umilianti smentite. Gran Bretagna e Francia, hanno risposto ieri alle irragionevoli invocazioni di accoglienza totale e indiscriminata dei clandestini con un accordo che ignora, con sovrana indifferenza, le prediche papali.



Purtroppo, o per fortuna, le aspirazioni fideistiche devono cedere davanti alle esigenze della razionalità. Quella stessa che, ai tempi dell’Aquinate, era stata, appunto, l’orgoglio della Chiesa. Il cui ultimo appello, lanciato da Ratzinger con lo splendido discorso di Ratisbona, è stato frainteso anche da parecchi porporati. Di fronte a questo deludente epilogo, passano in secondo piano la sconcertante latitanza dello Stato e dello stesso Comune di Roma davanti a un fatto così grave. Siamo abituati da tempo a queste assenze imbarazzanti, e non ci illudiamo più che possano essere risolte in tempi rapidi.



Ma rabbrividiamo davanti alla dissacrazione di una cerimonia funebre avvenuta davanti a un tempio cristiano. A suo tempo, i prelati di Palermo e di Napoli si erano mostrati più severi in simili circostanze, ricordando a tutti che la misericordia cristiana non è un dono gratuito, ma la risposta soccorrevole al ripudio del peccato, e a maggior ragione del crimine. Oggi la Chiesa, nella sua ecumenica secolarizzazione, ha purtroppo dato uno spettacolo peggiore delle già deludenti istituzioni civili.
Ultimo aggiornamento: 23:52

LE VOCI DEL MESSAGGERO

Roma deserta, i controlli e la storia di Marta abbandonata in strada dai vigili (come in una favola)

di Pietro Piovani