I “casi freddi”/Gli assassini smascherati trent’anni dopo

di Paolo Graldi
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- Ultimo aggiornamento: 16 Gennaio, 00:05

Un lampo nella memoria che illumina un dettaglio dopo trent’anni, una folgorazione dell’intuito, quasi una premonizione che <CP>s’avvera e consegna una verità avvolta per decenni nell’oblio: così, guardando in tv “Quarto Grado” sull’assassinio di Licia Macchi (gennaio 1987) una donna riconosce la calligrafia di un amico che aveva inviato alla famiglia della vittima una poesia.

E a lei cartoline. La medesima calligrafia, con le lettere in stampatello, identica anche a colpo d’occhio a quella usata per i saluti in tante cartoline, fortunatamente conservate: un colpevole, la sua firma. 
Poi, quasi subito, a luglio 2015, una conferma con la pubblicazione di quella paginetta di quaderno su “La Prealpina”. Un’altra certezza nel castello delle accuse. Quei versi che nascondono dettagli della scena del delitto li ha scritti Stefano Binda. Di qui, grazie all’intelligente verifica scientifica di un magistrato di Milano altre prove e, alla fine, l’arresto di Binda, ex compagno di scuola di Lidia, entrambi in quegli anni nel giro di Comunione e Liberazione in provincia di Varese. Studentessa in Giurisprudenza, capo scout, un volto fiero e scolpito di bellezza, Lidia è stata uccisa con ventinove coltellate attraversando “nel gelo della notte” una “lunga agonia” dopo aver “violato il suo credo”. 

 
Bindi ha violentato Lidia e poi l’ha punita per aver ceduto alle sue avance. Un ergastolano e perfino un prete nel mirino delle indagini, dalle quali il vero colpevole ha potuto finora tenersi alla larga. Ma la verità viene sempre a galla; può restare sommersa a lungo ma poi, a saperla guardare e vedere, la si ritraccia. È su questo principio e su questa speranza insieme che si muove chi s’inoltra nell’oscuro territorio dei “cold case”, delitti che a caldo non hanno lasciato intravedere la strada della verità e sono finiti, talvolta per mancanza d’ossigeno investigativo, talaltra per un’inconfessabile rinuncia alla lotta o per mancanza di mezzi, chiusi negli archivi, affastellati sotto forma di faldoni muti. 

Sono decine, forse centinaia i “cold case” in Italia. Riguardano delitti irrisolti, senza colpevole ma con le vittime che aspettano giustizia. Gli apparati investigativi centrali e periferici di polizia e carabinieri hanno allestito in questi ultimi anni squadre di specialisti, esperti in diverse discipline, attrezzati a rileggere con occhi e strumenti nuovi ed anche nuovissimi ciò che era apparso oscuro e indecifrabile. 
Quasi sempre al riparo dei riflettori mediatici questi esperti scavano nel passato di persone e luoghi, senza la pressione che impone risposte rapide e certe, com’è tipico della cronaca nera. L’ampio utilizzo degli esami sul Dna, per esempio, ha rimesso in moto decine di “cold case” con risultati spesso clamorosi e insospettabili.

Dopo anni, si era nel 2005, si riapre il caso della morte di Andrea Ghira, uno dei tre pariolini del massacro del Circeo (Rosaria Lopez morì per le sevizie, Donatella Colasanti fu creduta morta e riuscì a uscire dal bagagliaio dell’auto nella quale l’avevano rinchiusa accanto al cadavere dell’amica. 
Gianni Guido e Angelo Izzo (poi accusati di altri delitti atroci durante un permesso premio) sono stati condannati, Andrea Ghira, utilizzando complicità anche d’alto rango si sospetta, si rifugiò nella Legione straniera spagnola e venne dato per morto e sepolto a Melilla, in Spagna. Adesso la Procura della Repubblica di Roma ha deciso di riesumarne i resti: è proprio lui in quella bara? 

Un’altra trasmissione, “Chi l’ha visto?” su RaiTre, curata dalla bravissima Federica Sciarelli ha rilanciato il “cold case” riproponendo segreti e misteri su quest’uomo e la sua storia infinita. Si pensi che soltanto in Abruzzo si calcolano dieci “cold case” aperti, che attraversano un arco di tempo dai 14 ai 30 anni, così come a Cremona dopo tre lustri si aspetta la soluzione del giallo sulla scomparsa di Arianna Zardi, studentessa di teologia, in un primo tempo archiviato come suicidio. «Siamo ottimisti», dicono i periti dopo l’esumazione.
Ampie speranze di far luce sulla morte di Willy Bianchi, 18 anni nel settembre 1988; il delitto al momento vede indagato don Tiziano Bruscagin, ex parroco di Goro, forse in un giro di omossessuali. Salma riesumata ed esami affidati al medico legale Giovanni Pierucci, anatomopatologo dell’Università di Pavia, esperto di Dna. Sotto le unghie del giovane ucciso la verità sul suo assassino?
La serie americana tv sui casi freddi, poi ritrasmessa in Italia, ha forse contribuito non poco a rafforzare l’idea che la parola fine, nella ricerca dei colpevoli di delitti, non va mai scritta. Dall’epoca dei primi esami dattiloscopici e del sangue versato che resiste a qualsiasi lavaggio la scienza ha compiuto passi da gigante.

In qualche caso, per evidenti ragioni, i percorsi investigativi non vengono rivelati, ed anzi gelosamente custoditi dagli investigatori. Le geniali intuizioni di Sherlock Holmes e il caustico umorismo di Philip Marlowe restano immortali nelle pagine che li hanno resi celebri: i “cold case” che si riaprono trovano le risposte in laboratorio. 
Anche se, come nel caso di Lidia, indagini non brillanti hanno avuto bisogno, dopo trent’anni, di un lampo di memoria che ha saputo collegare due calligrafie identiche e di un magistrato cocciuto e determinato che vi ha saputo leggere la firma dell’assassino. Ora manca la confessione, anche se forse la verità può farne anche a meno. 

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