Indifferenza e paura/ L’orrore in piazza, la folla a guardare

di Paolo Graldi
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Mercoledì 29 Marzo 2017, 00:38

C’è proprio di tutto nel cocktail di micidiale violenza che ha spezzato la vita di Emanuele Morganti, ucciso per banalissimi motivi.

Assassinato da una banda di invasati ad Alatri: l’aggressione a più riprese nella piazzetta della città venerdì notte, la morte al Policlinico Umberto I dopo due giorni di agonia. Due fratellastri, scappati dopo la rissa a Roma, rintracciati, ora sono a Regina Coeli, ritenuti personaggi (28 e 24 anni) ad altissimo potenziale criminale, esperti in risse da bar e di strada e in sballi da discoteca. 

C’è una temibile sintesi, nel loro comportamento, di chi ha i valori più elementari della convivenza azzerati, trattati come un refuso del comportamento, con una fisionomia della ferocia banale e insensata, dispiegata come sfogo bestiale e divertimento da branco dove le complicità si nutrono all’insegna delle scorribande contro nemici immaginari, inventati lì per lì, trascinati nel gorgo della sottomissione muscolare, come atto d’imperio su un territorio ritenuto di proprietà e perciò stesso inviolabile. 

Le parole meditate del procuratore De Falco, per sua stessa ammissione, non bastano a riempire le zone d’ombra, i punti oscuri di una sequenza selvaggia che lascia interdetti e che tuttavia chiama tutti a non estrarre chirurgicamente il fatto come una cisti infetta su un corpo sano, da rimuovere per riacquistare il senso della normalità. 

No, in quel cocktail velenoso si rintraccia un richiamo forte a capirne di più perché non basta dire che è tutto inaudito, per circoscrivere le colpe. La storia, l’origine della rissa, è stata ricostruita dai carabinieri con precisione e celermente, sicché si sa che tutto è cominciato al banco bevande del club dell’Arci “Mirò”, su piazza Regina Margherita, circolo culturale dove si balla fino a notte fonda, il venerdì e il sabato. Emanuele accompagnato dalla sua Ketty si è intrigato con un altro, già sbronzo duro, per chi dovesse essere servito per primo. 
Qualche battuta, spallate arroganti e intervento dei buttafuori che hanno scaraventato il ragazzo fuori dal locale senza troppi complimenti. Già gli addetti avevano superato di molto e male il loro ruolo. È da qui in poi, ancora inspiegabilmente, che i due fratellastri Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, cominciano a menare le mani, partono i primi cazzotti verso il volto di Emanuele. 

Ma è soltanto il primo round. Quando egli si riavvicina al night club per riprendersi la fidanzata rimasta chiusa dentro che riparte un’altra scarica di botte. Emanuele scappa. Viene inseguito, raggiunto. Picchiato ancora. Stavolta con un tubo di ferro o con qualche altro oggetto, si capirà: cade privo di sensi, sbatte il capo contro lo spigolo di un’auto in sosta. A terra, sanguinante e privo di sensi viene sbeffeggiato, qualcuno lo avvicina e gli sputa addosso, estremo e vigliaccio dileggio. 

Un amico, forse soltanto uno, cerca di difenderlo, di sottrarlo inutilmente dagli aggressori invasati e abbietti. 
Nel cocktail avvelenato di violenza cieca e stupida si affaccia l’omertà, i racconti si contraddicono, le mezze verità si mischiano alle bugie, alle reticenze. Il branco si chiude a riccio e solo un lavoro di investigazione davvero efficace dei carabinieri mette ordine nell’accaduto separando ruoli e responsabilità.

C’è del marcio pregresso in quel cocktail mefitico perché i primi attori del pestaggio sono già iscritti nei verbali giudiziari per precedenti specifici e il quadro d’insieme mostra comportamenti che si nutrono di complicità diffuse, d’ambiente, dove appunto è il controllo e il possesso del territorio che impongono di impartire lezioni esemplari a chi del branco non è.

Violenza, ferocia, omertà, leggi criminali s’impastano in un unicum che ritroviamo anche altrove, e sempre più spesso, là dove realtà da “play station” e violenza virtuale si mischiano a comportamenti che si identificano con il bullismo a scuola e fuori dalle classi e, in età più adulte, nelle scorribande in automobile, nell’uso sconsiderato di droghe e alcol, di feticismi da branco dove ci si spalleggia a vicenda trovando il coraggio per calpestare ogni regola. 

Futili e abietti motivi accompagnano l’assassinio di Emanuele, «un ragazzo innocente e assolutamente per bene» dice De Falco, angosciato nel raccogliere le prime carte di un caso che non avrebbe mai voluto seguire. Una, due fiaccolate ricorderanno a tutti che quei mascalzoni pagano la riprovazione generale. Ma anche stavolta la forza di rompere il cerchio della violenza per impedire che quel ragazzo morisse di botte ce l’hanno avuta in pochi, in pochissimi. E così la forza bruta ha vinto sulla ragione elementare e piangere il lutto adesso sembra un bel gesto. In ritardo.

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