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Variante virus inglese, Ricciardi: «Preoccupato per +70% contagiosità. Scuole? Non possono riaprire»

Variante virus inglese, Ricciardi: «Preoccupato per +70% contagiosità. Scuole? Non possono riaprire»
di Mauro Evangelisti
6 Minuti di Lettura
Lunedì 21 Dicembre 2020, 00:39 - Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 11:59

«Ciò che mi fa arrabbiare è che gli inglesi sapevano già da settembre che era in circolazione questa variante. Hanno taciuto, non ci hanno avvertito. Ora serve il lockdown. O comunque misure molto severe. La nuova variante di Sars-CoV-2 non è più letale, ma circola con una velocità più alta anche del 70-80 per cento. Dai primi dati inglesi sappiamo che ha tre mutazioni che consentono di penetrare meglio nella mucosa nasale. Sono vicine alla proteina spike, ma non sembrano alterare la capacità protettiva del vaccino».

 

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Ricciardi pessimista sulle scuole

Il professor Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, da giorni ripete: bisognava chiudere prima e più a lungo. «In queste condizioni sarà difficile riaprire le scuole il 7 gennaio. A Natale si rischia una nuova impennata dei contagi». E l’annuncio del governo di Johnson sul virus mutato non asseconda l’ottimismo. «Chiudere i voli con il Regno Unito è una buona mossa se lo fanno tutti gli altri Paesi. Se lo fa solo uno non serve, bisogna farlo in tutta Europa».

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Possibile che la nuova variante inglese sia già in Italia come dimostra il caso trovato all’ospedale del Celio a Roma?
«Prima di tutto siamo rammaricati che il governo inglese ci abbia avvertito solo ora. I colleghi del Regno Unito ci dicono che la mutazione non avrà ripercussioni sulla vaccinazione, ma è vero che causa una contagiosità quasi doppia. La patogenicità è la stessa, ma la virulenza è molto più alta. Io sto predicando da tempo il lockdown più duro; ora, di fronte a questa nuova variante che probabilmente è già in Italia, temo che chiusure severe siano inevitabili».

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Quanto sono delicate le giornate che ci attendono tra Natale e Capodanno?
«Il problema non riguarda solo queste giornate. Avremo mesi in cui dovremo fare attenzione. Il periodo natalizio è particolare perché normalmente ci sono più incontri familiari e viaggi. Ma dobbiamo entrare nell’ottica che questa sarà una battaglia di lunga durata. Adesso, come nel prossimo futuro, dovremo stare molto attenti».

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Le misure decise per il periodo natalizio saranno sufficienti?
«Secondo me no. A partire dalla durata».
Cosa significa?
«La circolazione del virus è intensa nel nostro Paese, il numero di infetti è alto. E l’esperienza ci dice che con queste condizioni le misure di contenimento durare di più. Almeno un mese, un mese e mezzo».
Invece la scadenza è prevista per il 6 gennaio.

«Di fatto sono 15 giorni. Forse non sarebbe bastato neppure un mese, ma per lo meno Germania e Austria hanno previsto limitazioni per 30 giorni. Si tratta del tempo minimo per vedere qualche effetto».

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Rischiamo di compromettere la riapertura delle scuole prevista per il 7 gennaio?
«Credo proprio di sì. Con questa circolazione del virus non penso che il 7 gennaio le scuole possano riaprire».
Essere intervenuti con delle limitazioni da zona rossa a Natale è una bocciatura del sistema dei “semafori”, dei colori delle Regioni?
«Il sistema dei “semafori” fa sì che le decisioni vengano ancorate a dei dati oggettivi epidemiologici e poi rapportate agli specifici territori. Quello che non funziona è la fretta con cui si passa da un colore all’altro. E spesso il giallo viene interpretato come verde. Le regole vanno rispettate».
Noi cittadini cosa dobbiamo fare per evitare di ritrovarci in emergenza il 7 gennaio?
«La stragrande maggioranza degli italiani rispetta le regole. Il problema è che c’è una minoranza non marginale che consente la circolazione del virus. Per questo è importantissimo il sistema dei controlli. La stragrande maggioranza delle persone è favorevole a limitare i propri spostamenti, a fare attenzione. Però c’è una minoranza, intorno al 10-20 per cento della popolazione, la quale non è incline a modifiche del proprio comportamento. Se non fai rispettare le regole, incoraggi questi comportamenti».

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Si aspettava un numero giornaliero di casi positivi ancora tanto alto a ridosso del Natale?
«Assolutamente sì. Ormai è quasi un anno che conosciamo questo virus. Se non lo blocchi subito, ha un andamento esponenziale e i casi raddoppiano ogni due o tre giorni. Dopo, per tornare ai numeri precedenti, trascorre almeno un mese, un mese e mezzo. Forse anche di più».
Sul fronte della vaccinazione, nel Regno Unito si ipotizza l’autorizzazione al prodotto di AstraZeneca già il 27 dicembre. Questo potrebbe cambiare lo scenario anche nell’Unione europea e in Italia?
«Guardi, di AstraZeneca abbiamo avuto la presentazione dei dati. Sappiamo che hanno due protocolli: uno con “dose piena-dose piena” che ha una protezione intorno al 70 per cento, e uno “mezza dose-dose piena” al 90, che però deve essere consolidato da una sperimentazione di fase 3 e serviranno altri mesi. Potrebbero registrare il primo protocollo, che comunque ci darebbe un altro vaccino con una protezione importante, con molte milioni di dosi».

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Si potrebbe pensare a un doppio binario? Pfizer ai più fragili, AstraZeneca ai più giovani?
«Dobbiamo studiare tutti i dati ufficiali. Però se il vaccino AstraZeneca fosse comunque molto protettivo, come sembra, sotto i 55 anni, potremmo usare proprio questa strategia. Pifzer e Moderna agli anziani, AstraZeneca, più semplice da somministrare e con una capacità produttiva molto forte, ai più giovani. L’importante è avere più armi: Johnson&Johnson dovrebbe essere pronto a primavera ed è interessante, perché è monodose».
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