Vaccino Covid, piattaforma di Poste e task force alle Regioni in ritardo sulle dosi

Vaccino Covid, piattaforma di Poste e task force alle Regioni in ritardo sulle dosi
di Alberto Gentili
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Mercoledì 24 Marzo 2021, 00:21 - Ultimo aggiornamento: 11:56

Mario Draghi, assicurano a palazzo Chigi, non ha alcun approccio punitivo e tantomeno l’intenzione di commissariare le Regioni. Lo spirito è quello della «massima collaborazione». Ma l’imperativo del premier è rendere quanto più omogenea e veloce possibile la campagna vaccinale, in modo da scongiurare un’immunizzazione della popolazione a macchia di leopardo. Così, Draghi ha incaricato il commissario straordinario Francesco Figliuolo e il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio di mettere a punto un meccanismo di monitoraggio e di soccorso per le Regioni in ritardo nelle somministrazioni.

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Il nuovo step sarà fissare nelle prossime ore un obiettivo settimanale di inoculazioni. Dopo di che il governo interverrà in soccorso delle Regioni che resteranno indietro, inviando personale delle unità operative dell’Esercito e della Protezione civile, allestendo centri vaccinali e spingendo per l’adozione della piattaforma nazionale di Poste in modo da rendere efficiente il meccanismo delle prenotazioni. 

Finora il sistema informatico di Poste, che consente di prenotare il vaccino e poi allerta con mail o sms il paziente indicando il giorno dell’inoculazione, è utilizzato da Marche, Abruzzo, Calabria, Sicilia, Basilicata e (dopo il pasticciaccio di Aria) sarà adottato dalla Lombardia. Lazio, Veneto ed Emilia Romagna hanno un sistema autonomo che funziona (e non vogliono abbandonarlo), il resto delle Regioni invece spesso arrancano. Da qui il pressing del governo affinché venga adottata la piattaforma di Poste, anche per avere un quadro e un controllo in tempo reale della situazione delle somministrazioni, con la possibilità di verificare all’istante il numero degli immunizzati e di inserire il loro nome nell’anagrafe vaccinale.

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Visto che l’imperativo è accelerare, Figliuolo e Curcio hanno chiesto ai governatori di estendere gli orari dei centri vaccinali anche alla notte e ai week-end. E di seguire le orme del Lazio e di altre Regioni, dove è già stato firmato e reso operativo il protocollo per consentire ai medici di famiglia di vaccinare.

Per il governo, infatti, ora «non ci sono più alibi, i vaccini ci sono». E anche se diverse Regioni, dal Lazio al Veneto, dalla Liguria alla Sardegna continuano ad arrivare proteste per la mancanza di dosi AstraZeneca in primis), ieri Figliuolo ha documentato con foto (pubblicate sul sito della presidenza del Consiglio) la consegna di un milione di fiale Pfizer che vanno a sommarsi alle 333.600 dosi di Moderna e alle 279 mila di AstraZeneca che, con i suoi ritardi negli approvvigionamenti, fa comunque chiudere il bilancio del primo trimestre con un saldo negativo di 1,7 milioni di dosi rispetto a quanto preventivato. In ogni caso, secondo fonti governative, già nei prossimi giorni il numero delle vaccinazioni giornaliere - grazie all’arrivo di altri 2 milioni di fiale - arriverà a quota 300mila, per raggiungere l’obiettivo di 500 mila inoculazioni al giorno dopo la metà aprile.

C’è da dire che ieri le Regioni hanno migliorato la loro performance, portando la media nazionale delle somministrazioni all’84,7% delle dosi ricevute. Appena due giorni fa era all’81,1%. Ma ieri sera, dopo che il sistema informatico del ministero della Salute ha conteggiato il milione di fiale Pfizer appena consegnate, questa media è di nuovo scesa all’81,9.

LE REGOLE SULLE PRIORITÀ

Non è però solo un problema di numeri. L’altro l’input di Draghi è rispettare le linee guida nazionali che fissano le categorie a cui deve essere somministrato il vaccino in via prioritaria: anziani, disabili gravi e caregiver (le persone che li assistono). Il premier è allarmato del Far West vaccinale (nella conferenza stampa di venerdì scorso parlò di «Regioni in ordine sparso»), con dati che fanno comprendere come spesso le dosi siano state date senza criteri oggettivi. La fascia di età tra 70 e 79 anni è, ad esempio, la meno vaccinata: 322 mila persone contro i 574 mila giovani tra i 20 e i 29 anni. In più, secondo la Fondazione Gimbe, solo il 27,7% degli ultraottantenni ha ricevuto una dose e appena il 16,7% ha avuto il richiamo. Eppure, la campagna vaccinale dovrebbe privilegiare soprattutto le «persone più vulnerabili». Gli anziani, appunto.
 

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