Stipendi ai dirigenti, salta il tetto di 240mila euro nella Pubblica amministrazione. L’ira di Palazzo Chigi

Un voto a sorpresa cancella il limite ai super-burocrati

Stipendi ai dirigenti, salta il tetto di 240mila euro nella Pa: l ira di Palazzo Chigi
di Roberta Amoruso e Alberto Gentili
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Mercoledì 14 Settembre 2022, 00:03 - Ultimo aggiornamento: 00:36

 Arriva una picconata al tetto che ferma a 240.000 euro lo stipendio dei supermanager pubblici. La maxi-deroga ai paletti introdotti nel 2011 dal governo di Mario Monti e richiamati dal governo Renzi nel 2014 passa con un emendamento approvato in Senato al Decreto Aiuti-bis. Un correttivo arrivato in extremis, infilato magicamente nell’ultimo provvedimento utile prima dell’appuntamento con le elezioni con il sì di tutti i partiti e l’astensione di FdI, Lega e M5S.


L’ok del Senato all’abolizione del tetto ha colto di sorpresa Mario Draghi. Tant’è, che da palazzo Chigi prima è filtrato «disappunto». E una presa di distanze: «Decisione squisitamente parlamentare». Poi, chi ha parlato con il premier l’ha descritto «molto, molto arrabbiato». «Imbufalito»: «Non può accettare una mossa del genere mentre famiglie e imprese vivono il dramma del caro-bollette».

Ed è seguita la ricostruzione dei fatti: «L’emendamento è stato proposto da Forza Italia ed è stato sostenuto da tutti i partiti. Purtroppo, però, ha avuto una sponda nel governo: il Tesoro e il ministro ai Rapporti con il Parlamento, D’Incà, hanno vistato la norma e non hanno informato il Presidente». In poche parole: «Siamo stati fregati, non lo sapevamo».


LO SCARICABARILE
Il Tesoro, poco dopo, è corso a precisare di avere offerto «solo un contributo tecnico sulle coperture». E palazzo Chigi ha bacchettato i partiti e ha assolto Daniele Franco e i suoi dirigenti: «Si è trattato di un emendamento parlamentare, inserito all’ultimo minuto, di cui non sapevamo nulla e per il quale il Tesoro ha fornito solo un contributo tecnico».

Non è mancato l’impegno solenne ad azzerare l’abolizione del tetto degli stipendi: «Per attuare questa norma serve un altro provvedimento, un Dpcm. E potete stare certi che non arriverà mai. Draghi è fermamente contrario». Tant’è che non si esclude che domani o venerdì, quando il governo sarà chiamato a varare il decreto Aiuti ter, «venga introdotta una norma soppressiva» dell’emendamento-scandalo.


Scatta però il classico scaricabarile. Matteo Renzi dà la colpa al governo: «Quel tetto l’avevo messo io, ma l’esecutivo ha fatto questa riformulazione e non avevamo alternativa che votarlo per evitare che saltasse tutto e saltassero 17 miliardi di aiuti alle famiglie». E il Pd, con le capogruppo Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, mette a verbale: «Purtroppo nel testo del decreto è passato un emendamento di Forza Italia riformulato dal Tesoro, come tutti gli emendamenti votati oggi con parere favorevole, che non condividiamo in alcun modo. Pertanto presenteremo alla Camera un ordine del giorno al decreto aiuti bis, impegnando il governo a modificare la norma e ripristinare il tetto nel primo provvedimento utile e cioè nel decreto Aiuti ter».


ADDIO LIMITI AI BONUS
Ma torniamo al via libera del provvedimento per venire in soccorso di famiglie e imprese strozzate dal caro-energia, arrivato dopo il superamento dello scoglio rappresentato dalla cessione dei crediti del Superbonus. 
Sulla carta non avranno più limiti di stipendio tutte le figure apicali dei ministeri. Ma anche quelle delle forze dell’ordine potranno godere di una deroga ai limiti retributivi previsti per la pubblica amministrazione. Rientrano tra gli altri il Capo della polizia, il Comandante generale dell’arma dei Carabinieri, il Comandante generale della Guardia di finanza e il Capo di stato maggiore della Difesa. Una deroga così ampia che sembra preparare il terreno a un intervento definitivo per cancellare del tutto il tetto in questione.


Per la verità, un primo colpo al tetto di 240.000 allo stipendio dei manager della Pubblica amministrazione era arrivato a dicembre scorso con l’introduzione di un meccanismo di adeguamento all’inflazione a valere dagli stipendi del prossimo anno. Da sempre sono esclusi, invece, i supermanager delle società pubbliche quotate in Borsa e per quelli di società non quotate ma che avessero emesso “strumenti finanziari” sui mercati non regolamentati. Ma da ora in poi saranno esclusi anche gli stipendi, appunto, anche i capi dipartimento dei ministeri e il segretario generale della presidenza del consiglio, ai quali è attribuito un «trattamento economico accessorio», anche in deroga alla norma sul tetto degli stipendi dei manager di Stato (fissata in 240mila euro). Dunque si tratta di figure chiave dei ministeri.

Solo per fare alcuni esempi, per il Mef si parla di poche figure, tra Dipartimento del Tesoro, Ragioneria Generale dello Stato, Dipartimento delle Finanze e Dipartimento dell’Amministrazione Generale, del Personale e dei Servizi. Almeno cinque le figure interessate al Ministero degli Interni, tra Dipartimento per gli Affari interni e territoriali, Dipartimento della Pubblica sicurezza, Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, Dipartimento dei Vigili del fuoco, del Soccorso pubblico e della Difesa civile e il Dipartimento per l’amministrazione generale, per le Politiche del personale dell’amministrazione civile e per le Risorse strumentali e finanziarie.


Per il Mite, invece, dopo la riorganizzazione dell’anno scorso c’è il Dipartimento amministrazione generale, pianificazione e patrimonio naturale (DiAG), il Dipartimento sviluppo sostenibile (DiSS), e il Dipartimento Energie (Die), accanto all’Unità di Missione del Pnrr.

 

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