Stato emergenza sino a gennaio 2022? Governo pronto, cosa cambia dal green pass alle restrizioni

Il ministro della Salute Speranza: «Se serve, lo faremo senza timori»

Stato emergenza sino a gennaio 2022? Governo pronto, cosa cambia dal green pass alle restrizioni
di Francesco Malfetano
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Lunedì 1 Novembre 2021, 09:17 - Ultimo aggiornamento: 2 Novembre, 09:20

«Se sarà necessario prorogare lo stato d’emergenza, lo faremo senza timore». Così ieri il ministro della Salute Roberto Speranza, intervenuto su Rai 3, è tornato a ventilare l’ipotesi che la particolare condizione giuridica - che permette l’emanazione facilitata di norme o restrizioni per fronteggiare una particolare emergenza - possa essere prorogata oltre il 31 dicembre, data di scadenza attuale. Chiaramente sarà la scienza a decidere, chiudendo, senza nel caso ve ne sarà bisogno, le querelle che tiene banco da settimane. E cioè, è possibile un ulteriore rinnovo? In teoria sì. 

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Stato d'emergenza sino a quando?

L'Italia d'altronde è in stato d'emergenza a causa del virus Sars-Cov2 dal 31 gennaio 2020. Tra polemiche e recrudescenze pandemiche, lo status è stato poi rinnovato a più riprese (l'ultima volta a luglio 2021), e secondo i più critici ora potrebbe essere prorogato solo per ulteriori 30 giorni. In realtà però, non è proprio così. C'è al momento solo una legge di riferimento. Un decreto legislativo del 2018, il numero 1, che poi è il Codice della Protezione civile che ha rinnovato quello emanato nel 1992. Ed è l’unico che parla di come ci si debba comportare con lo stato di emergenza. All’articolo 24, comma 3, si legge: «La durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi». Il conto è piuttosto semplice: non lo si può rinnovare per più di 24 mesi. Il che significa che, calendario alla mano, non potrà essere prorogato oltre il 31 gennaio 2022. 

 

I POTERI


Fino ad oggi, e cioè prima del Covid, lo stato di emergenza era stato decretato per intervenire sulle situazioni territoriali più disparate in zone devastate da alluvioni o terremoti o da gravi disastri, come il crollo del ponte Morandi di Genova. Al punto che in base ai dati della protezione civile, dal 2013 ad oggi è stato dichiarato 127 volte. In 102 casi ciò è avvenuto a seguito di eventi meteorologici e in 8 dopo eventi sismici o di origine vulcanica. Sette sono state le emergenze internazionali mentre 6 quelle ambientali e sanitarie (tra cui l’emergenza Covid-19). Quattro infine le emergenze gestite da soggetti diversi dalla protezione civile.
La sua proclamazione attribuisce poteri straordinari al governo (oltre che alla protezione civile), tra cui la possibilità di operare in deroga alle disposizioni di legge vigenti. Ad esempio il provvedimento permette inoltre di effettuare alcuni interventi speciali con ordinanze in deroga alle disposizioni di legge (sempre però nel rispetto dei limiti costituzionali), tra i quali rientrano i Dpcm e le ordinanze ministeriali note a tutti. 


Non solo però. Lo stato di emergenza consente anche, per motivi sanitari, di bloccare i voli da e per gli Stati ritenuti a rischio, oppure di limitare gli ingressi da alcuni Paesi. Con esso in vigore non termina neppure il coordinamento attribuito alla Protezione civile così come non decadono i poteri straordinari assegnati ai soggetti attuatori, che nella maggior parte dei casi sono i presidenti di Regione. Resta inoltre attiva la funzione del Comitato tecnico scientifico e anche l’incarico del commissario straordinario, il generale Francesco Paolo Figliuolo.

IL RINNOVO

Gli strumenti messi in campo sono stati e in parte ancora sono in tutta evidenza fondamentali per la gestione della pandemia. Che cosa succederà, invece, con l’avvicinarsi della fatidica data del 31 dicembre 2021 prima e del 31 gennaio 2022 poi? Il decreto legislativo del 2018 dice in astratto al comma 6 che «Alla scadenza dello stato di emergenza, le amministrazioni e gli enti ordinariamente competenti, subentrano in tutti i rapporti attivi e passivi, nei procedimenti giurisdizionali pendenti». Significa che Regioni e Comuni riprendono appieno i propri poteri «commissariati» dal Governo nei territori di competenza. Tuttavia, volendo, il governo potrebbe spingere ancora in là la scadenza. Basterebbe dichiarare che oggi la minaccia nazionale del coronavirus non è più quella che abbiamo conosciuto nel 2020 ma è mutata (ad esempio con le varianti) rendendo ancora necessari gli strumenti di riferimento. Il che consentirebbe al Governo di ricominciare daccapo la conta del 24 mesi. E d'altronde dei precedenti, locali, ci sono già. Sia per il terremoto dell'Emilia del 2012 che per quello del Centro Italia del 2016, entrambi dichiarati prima della riforma del 2018, si è andati ben oltre i due anni (rispettivamente 8 e 4 anni). 

IL GREEN PASS
 

Per chiarezza è bene sottolineare che il Green pass, inteso come certificato da esibire per accedere sui posti di lavoro o nelle attività più disparate, può essere svincolato dallo status e quindi potrebbe restare in essere anche qualora si decida di non rinnovare l'emergenza. Lo stesso ministro della Salute, ieri, non ha escluso la permanenza dello strumento: «Pensiamo sia fondamentale - ha detto - perché ci consente di tenere aperti tutti i luoghi della socializzazione, della cultura, i ristoranti, le scuole e le università». D'altronde annunciare lo stop all'uso della certificazione in una fase in cui i contagi sono in risalita e la campagna della terza dose è solo all'avvio, rischierebbe di avere un impatto sulle vaccinazione oltre, potenzialmente, a creare nuove situazioni di contagio.

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