Conte revoca Siri, la Lega incassa (per ora)

Giovedì 9 Maggio 2019 di Marco Conti e Diodato Pirone

Due ore di gelo ma senza urla e con pasticcio finale. Il leghista Armando Siri non sarà più sottosegretario da oggi e non da ieri, visto che il decreto - mandato da palazzo Chigi al Quirinale - è tornato indietro per errori formali. Ovvero conteneva una lunga serie di motivazioni, per giustificare la rimozione del senatore Siri dal governo e per evitare forse il minacciato ricorso al Tar, e non un asciutto riferimento alle norme che consentono al presidente del Consiglio e al ministro competente, la revoca dall'incarico. Di fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo il testo trasmesso ieri da palazzo Chigi, sarebbe stato chiamato a condividere valutazioni e motivi di natura strettamente politica che non competono al Capo dello Stato. Da qui il rinvio per una correzione tecnica ad un decreto che solo oggi vedrà la luce.

Siri ai pm: «Mai preso denaro, i miei conti sono a disposizione». Depositata memoria
 

«Considerato - recita infatti in premessa il decreto che Conte, in perfetto stile da amministrativista, ha trasmesso a Mattarella - ...la gravità del titolo del reato oggetto del procedimento a suo carico pongono oggettivamente il problema della verifica della opportunità della permanenza del Sen. Siri nella carica di Sottosegretario; considerato che il Presidente del Consiglio dei Ministri... ha rappresentato al Sen. Siri l'opportunità di rassegnare le dimissioni dall'incarico al fine di evitare che la vicenda possa recare anche indirettamente danno alla trasparenza e chiarezza dell'azione di Governo...; considerato che il Sen. Siri non ha ritenuto di condividere la valutazione di opportunità del Presidente del Consiglio dei Ministri, con ciò facendo venire meno il rapporto fiduciario che è alla base della nomina». Tutto ciò premesso, appunto, il Capo dello Stato «revoca» il decreto di nomina. Ma, come si diceva, tutte le considerazioni in premessa sono state giudicate dal Colle irricevibili e il testo - sia pur da un punto di vista che al Quirinale sottolineano «puramente formale» - da riscrivere.

ATTESA
Ieri mattina il Cdm più atteso dell'ultimo anno si era peraltro consumato come previsto. Conte ha «licenziato» il sottosegretario ottenendo la fiducia dei suoi ministri e terminando la riunione senza la conta che, seppur simbolica, avrebbe fotografato la rottura tra la Lega e il capo del governo. «È la vittoria degli onesti», esulta Luigi Di Maio, «vicenda chiusa». «Siri è innocente fino a prova contraria», è il muro alzato da Matteo Salvini, che però per ora esclude la crisi.
Il dibattito, in Cdm, è teso ma «civile». Il clima, a metà della riunione, si adombra. La palpabile freddezza tra i due vicepremier diventa gelo. Per il M5S è Di Maio a parlare, scegliendo una linea più morbida, ricordando che Siri, se innocente, potrà tornare al suo posto. Ed è subito dopo che Conte pronuncia la domanda-chiave: «Questo è un passaggio di alta valenza politica, ho la piena fiducia di tutti?». «Si», è la risposta di Salvini che però precisa di non poter concordare nell'avallare la delibera di revoca. La delibera viene verbalizzata. E Di Maio, al termine del Cdm, istituzionalizza la sua vittoria. «Gli altri partiti prendano esempio da noi», gli fa eco Davide Casaleggio, anche lui a Roma. Il leader leghista per tutta la giornata lancia iniziative e dichiarazioni lontanissime dal tema giustizia. «Convochiamo subito un tavolo su flat tax e salario minimo», annuncia Di Maio avvertendo: «ciascuno porterà le coperture alla sua proposta».
Salvini ribadisce di ritenere Conte ormai schierato «ma con lui abbiamo pur sempre realizzato Quota 100». E non risparmia una stoccata al M5S: «La Raggi è indagata da anni ed è al suo posto». Ed una al suo premier, che su Siri e la Tav - osserva - «ha preso le parti del M5S». La battaglia è appena cominciata.
 

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