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Quirinale, Berlusconi ci crede: la sinistra mi può votare. Il "no" di Letta e Conte

Il Cavaliere agli alleati: sono trasversale, ricordate il discorso dopo il sisma di Onna?

Quirinale, Berlusconi ci crede: la sinistra mi può votare. Il "no" di Letta e Conte
di Mario Ajello
5 Minuti di Lettura
Martedì 21 Dicembre 2021, 22:12 - Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 11:22

Ci crede Berlusconi, ci crede eccome all’Operazione Colle. E arrivando a Roma, per il summit di domani all’ora di pranzo con Meloni, Salvini, Lupi e Cesa a Villa Grande, già ribattezzata il Quirinaletto, manda ai suoi questo messaggio: «Il 2 gennaio, quando cominceranno i giochi veri, vi voglio tutti nella Capitale e nessuno in vacanza. Dobbiamo stare concentrati e non sbagliare niente. Chi deve farsi un piccolo intervento, anche togliersi una verruca, lo faccia prima». Prepara l’esercito e lo vuole compatto il Cavaliere per la sua partita della vita. Vuole arrivare alla quarta votazione con in mano i 505 voti necessari per vincere e a quel punto se la giocherà. Impresa che pare difficile a quasi tutti, ma non a lui. Il quale - assicura la Meloni che ci ha parlato al telefono ieri - «non si è affatto infastidito per il mio pranzo con la Moratti» e la Moratti: «Unico candidato del centrodestra è Berlusconi». 

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DISCORSI
Nella Lega e in FdI la convinzione è che finalmente si può mandare al Colle una figura del centrodestra ma soprattutto la Meloni aggiunge continuamente a proposito della carta Berlusconi: «I numeri però sono complicati». Perché ne servirebbe qualcuno anche proveniente dalla sinistra e perfino Renzi non è affatto disposto a puntare su Silvio. Ma Berlusconi ormai non si sente più un uomo di parte. E così, convocando i suoi a Villa Grande, ieri sera il Cavaliere rivolge loro questo ragionamento: «Io sono votabile anche a sinistra. Sono quello del famoso discorso di Onna». Ma certo, quando si presentò tra le macerie del sisma abruzzese e parlò da padre della patria con al collo il fazzoletto partigiano della Brigata Maiella e anche a sinistra dovettero ammettere: «Gran bel discorso». Il secondo messaggio è in stile Elogio della follia erasmiano (uno dei suoi libri prediletti): «Ho sempre dimostrato che nessuna impresa è impossibile». Stavolta però l’impresa è davvero assai difficile. Perfino in Forza Italia c’è chi ammette: «Meloni e Salvini stanno giocando con la candidatura di Berlusconi. E Giorgia molto più di Salvini». Il quale in fondo ci crede. Ma mai quanto Silvio. Il Cavaliere, oltre al discorso di Onna, sta raccogliendo - in vista di un libro - gli altri discorsi da cui non risulta un uomo di parte ma una figura trasversale e apprezzabile di qua e di là e sia dentro sia fuori dai confini italiani.

E questa raccolta dovrebbe comprendere tra gli altri il testo del 2 agosto del ‘95 in cui ridisegnò il sistema istituzionale italiano, il discorso al Congresso americano dove venne interrotto da 18 applausi anche da parte democrat («Grazie America per averci salvato dal fascismo e dal nazismo», così disse), quello della pace Usa-Russia a Pratica di mare con Bush e Putin, quello all’Onu nel 2009, quello alla Knesset nel 2010. Silvio vuole giocare a tutto campo, insomma. Ma proprio ieri si sono visti per la prima volta per parlare di Quirinale (e pure di Covid e manovra) Letta, Conte e Speranza e nella vaghezza delle loro decisioni - del resto è ancora presto anche se nel conversari tra Camera e Senato avanza l’idea della candidata donna e Anna Finocchiaro sarebbe la prescelta perché votabile da qualcuno anche a destra - un punto è stato stabilito: «Berlusconi non avrà mai il nostro appoggio». E si è deciso di vedersi di continuo, di consultarsi via via con i rispettivi gruppi parlamentari (il Pd il 13 gennaio riunisce insieme direzione e gruppi riguardo al Colle) e di trovare un nome condiviso fra Pd, M5S e Leu e votabile però anche a destra. 

CONDIVISIONE
E ancora, nell’ufficio di Speranza alla Camera dove i tre si sono visti: «Dobbiamo capire che cosa fa Draghi». Se Draghi darà segnali il centrosinistra è pronto ad appoggiarlo per il Colle. Ma specie Letta è preoccupato: «La destra ha più numeri di noi». E spera nella Meloni, con cui ieri ha presentato l’ennesimo libro, per arrivare a una scelta condivisa secondo il metodo Ciampi e non Leone. «Le mini-maggioranze per il Colle non vanno bene», ha detto il segretario dem agli altri due. I quali: «No a un presidente divisivo». Il timore è che i 451 voti che il centrodestra già ha possano crescere alla quarta votazione fino a 505 per Berlusconi o per qualcun altro.
 

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