Senato, Lega battuta: prove di asse Pd-M5S Contromossa di Salvini

Mercoledì 14 Agosto 2019 di Diodato Pirone

E' stato solo un voto sul calandario dei lavori, per di più chiesto dalla Lega. Ma ieri si è materializzato in Senato (e poi anche alla capigruppo della Camera) il primo asse fra i 5S e il Pd sostenuti da LeU e dalle Autonomie. Sono 161 voti contro il calendario proposto dal centrodestra che va in minoranza. Questo significa che il premier Conte parlerà in senato il 20 agosto e non il 14 come chiesto da Salvini.
Il quale, consapevole di andare incontro ad una prima sconfitta, ha preso la parola nell'emiciclo di Palazzo Madama e ha sfidato «l'amico» Luigi Di Maio: la carta che gioca è il taglio dei parlamentari, che si può votare - dice - già il prossimo lunedì. Lo annuncia in un'Aula gremita, dove ad applaudirlo non sono solo i senatori leghisti ma anche alcuni colleghi pentastellati. Poi, aggiunge il vicepremier, però tutti al voto. Subito.

Nuova maggioranza: M5S, Pd, LeU e Autonomie, voto compatto contro il centrodestr
 

La sfida viene raccolta da Luigi Di Maio: bene procedere con la riforma che riduce di 345 gli eletti ma - rilancia - ora si possono sforbiciare anche «gli stipendi». Nessuna preclusione ad andare alle urne questo autunno, dice poi il leader 5S, ma nel «rispetto» delle prerogative del Quirinale.
La mossa di Salvini sulle prime almeno viene dunque accolta con qualche sospetto dagli ex alleati che mantengono le distanze: il capogruppo dei 5S Stefano Patuanelli chiede ad esempio che venga ritirata la mozione di sfiducia. E a Salvini che chiede lealtà, Di Maio replica: «I veri amici sono sempre leali...», non dunque a corrente alternata - è il ragionamento lasciato in sospeso - come in questi giorni di crisi.
Per non parlare dei pesanti dubbi sulla fattibilità della proposta della Lega. Che a ben vedere è abbastanza rocambolesca e illogica: approvare un taglio dei parlamentari per poi eleggere le Camere con la quantità di deputati e senatori precedente.
Senza considerare che non è proprio elegante votare una riforma costituzionale mentre non è chiaro quale maggioranza politica guidi il paese e anzi con uno dei due partiti di maggioranza che ha presentato una mozione di sfiducia.

LA DELEGAZIONE
Problema che per Salvini non sussiste: «L'articolo 4 della legge costituzionale - dice il leader leghista - dice che se nel frattempo vengono sciolte le Camere la legge entra in vigore nella legislatura successiva».
Il leader della Lega fa anche un altro passo: non ritira la delegazione al governo. «Perché mai?», risponde ai cronisti mentre raggiunge l'Aula dove poco dopo parlerà.
Un intervento interrotto da molte proteste, soprattutto del Pd con il quale si consuma anche un duro botta e risposta del presidente Elisabetta Casellati. La numero uno di Palazzo Madama, finita nel mirino per aver convocato con una forzatura i senatori, rivendica però di aver difeso la «centralità del Parlamento».
Un Parlamento dove per la prima volta si concretizza un asse fra i Democratici e i pentastellati, che, dice il dem Andrea Marcucci, riesce a battere Salvini con «161 voti»: dove porti è la domanda su cui tutti si esercitano e alla quale mancano risposte univoche anche nel partito democratico. L'altro Matteo, Renzi, convoca una conferenza stampa affollatissima e ribadisce la convinzione che sia necessario «mettere in salvo» i conti.
Non si «impicca» a formule, insiste più volte pur dando l'impressione di smarcarsi dalla linea del partito. La proposta di un governo di «legislatura e politico» avanzata ieri da Goffredo Bettini e che trova la sponda di Dario Franceschini sarà comunque oggetto della direzione del 21 convocata dal presidente Paolo Gentiloni.
Se il centrosinistra fatica a trovare una sintesi, sono ore di fibrillazione anche per il centrodestra. Forza Italia, che teme di essere fagocitata dalla Lega, dice non al listone unico in caso di elezioni anticipate. Cartina tornasole il mancato incontro, annunciato in queste ore, tra Salvini e il Cavaliere.
 

Ultimo aggiornamento: 13:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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