Salvini: «Su riforme e licenziamenti sintonia con Draghi. Chi cresce assume, per gli altri tempo fino a ottobre»

Salvini: «Su riforme e licenziamenti sintonia con Draghi. Chi cresce assume, per gli altri tempo fino a ottobre»
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Un'ora e mezza di faccia a faccia, con l'impegno ad aiutare, non mettersi di traverso, sull'agenda di governo. Matteo Salvini torna a incontrare Mario Draghi. E da lui il premier ottiene rassicurazioni sulle riforme del fisco e della giustizia: nessuna barricata in nome della flat tax, nessun intralcio al lavoro della Cartabia con i referendum sul processo. A cementare il patto di governo è l'economia che per Palazzo Chigi è «in ripresa», con un Pil che dovrebbe spingersi oltre le attese, e a Salvini fa sognare un'estate «da boom economico».

Su quel tasto il leader leghista, che si mostra entusiasta dell'azione di Draghi, pone l'accento, a voler dare corpo alla scelta di stare in maggioranza. «Prima l'Italia», è lo slogan con cui riporta la Lega in piazza il 19 giugno, a vantare i «successi» dell'esecutivo, inclusa la linea di Draghi sull'immigrazione, di «condivisione con l'Europa». Ma sulla battaglia dei referendum, che agitano il dialogo tra partiti sulla riforma della giustizia, non recede. E a complicare le cose in maggioranza c'è il progetto di conquistare la golden share in Parlamento, unendo le forze con FI. Ma qui la partita si fa più difficile, i malumori tra gli azzurri consigliano prudenza, e anche il «cantiere» delle comunali stenta a decollare: slitta di qualche giorno il vertice decisivo.

A dispetto degli annunci della vigilia, Salvini assicura di non aver parlato a Draghi della federazione che ha in mente di costruire con Forza Italia. Da Palazzo Chigi confermano che il tema non è stato toccato. Ma più fonti parlamentari sostengono che l'argomento è stato tenuto fuori dall'agenda ufficiale per non «trascinare» il premier su un terreno tutto politico. Una sua benedizione dell'operazione, secondo un deputato di centrosinistra, potrebbe agitare gli altri partiti della larga maggioranza. Soprattutto se davvero l'esito fosse la nascita di un unico gruppo parlamentare del centrodestra di governo, che sarebbe primo per numeri in Parlamento. L'obiettivo condiviso dai leghisti e dai forzisti favorevoli alla federazione è in effetti conquistare la «golden share» della maggioranza. Ma l'operazione dei gruppi unitari appare molto complicata, anche perché rischierebbe di amplificare scontenti soprattutto tra le fila di Fi ma anche tra i leghisti, dal momento che unire i gruppi vorrebbe dire anche ridurre il numero degli incarichi. Perciò si potrebbe optare per una soluzione «soft» come quella di due gruppi separati, ma un unico «speaker» per ogni Camera, per agire uniti. «Non sarà una fusione», assicura Salvini incontrando i suoi.

Una prima riunione sulla federazione dovrebbe tenersi mercoledì. Da lì si inizierà a ragionare su un'idea che a Silvio Berlusconi non dispiace, anche perché fu lui a proporla nel 2019. Il Cavaliere, che da Arcore sarebbe stato impegnato al telefono tutto il giorno con i fedelissimi, prova a rassicurare i dubbiosi che non intende benedire un'annessione o svendere il partito che ha creato. Ma la direzione sembra tracciata. Berlusconi ne avrebbe parlato con Mara Carfagna ancora domenica sera. La ministra del Sud, così come la collega degli Affari regionali Maria Stella Gelmini, continua ad esprimere apertamente tutti i suoi dubbi. «Ho forti perplessità», dichiara Gelmini. Mentre Carfagna, respingendo l'idea che Forza Italia diventi Forza Lega, pone l'accento sulla contraddizione che nascerebbe da non sapere se quella di Salvini è «una conversione autentica» a una linea moderata e liberale o se sposa le posizioni dell'Afd. Entrambe però invitano a darsi tempo, senza «blitz», ma con una riflessione e valutazione supplementare: «Come si può dire che si chiude mercoledì quando io non so spiegare cos'è questa federazione?», dice Carfagna. Berlusconi, raccontano fonti azzurre, rassicura lei e i più dubbiosi: proverà a gestire il processo tenendo tutti dentro. Quanto al nodo delle prossime comunali, si attendono a ore i sondaggi sui candidati, ma una decisione non è ancora matura. Tanto che il vertice ipotizzato per martedì potrebbe slittare, forse a mercoledì o ai giorni successivi. A Roma è in «pole» il candidato di Giorgia Meloni, Enrico Michetti, rispetto al magistrato Simonetta Matone. A Bologna prende quota il civico Roberto Mugavero. A Milano Oscar Di Montigny è in lizza con il professore Maurizio Dallocchio. Fdi spinge per decidere al più presto, ma l'intesa slitta ancora.

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Lunedì 7 Giugno 2021, 19:29 - Ultimo aggiornamento: 21:23
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