Salvini stanco del premier: «Il vero problema ora è lui»

Sabato 20 Luglio 2019 di Alberto Gentili
Salvini stanco del premier: «Il vero problema ora è lui»

La svolta, quella che ha fatto evaporare almeno per qualche ora la crisi di governo, è avvenuta l'altra sera. Salvini era a Barzago per un comizio ed era appena sceso dal palco quando è squillato il cellulare. Era Luigi Di Maio. Una conversazione breve, di qualche minuto. Ma sufficiente a siglare una fragile tregua. Tant'è che poco prima di mezzanotte, di fronte a qualche militante basito, il leader leghista ha messo a verbale: «Questa mattina avevo detto che non c'è più fiducia. Mi correggo: in Di Maio ho avuto e ho fiducia, è una persona per bene». Nessun accenno al premier Giuseppe Conte. E non è stato casuale.

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La tensione resta altissima. «La crisi non è archiviata», dice ai suoi Salvini, anche per provare a tenere buoni ministri e governatori che già sentivano il profumo delle elezioni. In più il leader leghista, che ha solo rinviato la visita a Sergio Mattarella (c'è chi non esclude ci sia stato un contatto telefonico) innescando di nuovo i tremori di Conte e di Di Maio, non ha affatto chiuso l'offensiva contro il premier. Salvini considera «Conte ormai inaffidabile»: «E' andato in Europa a trattare su una linea europeista fedele ai vincoli contabili, rinnegando la nostra», ha confidato, «e per il commissario Ue ha lavorato per altri, non per Giorgetti. Come ci si fa a fidare di uno che tradisce la nostra fiducia?!».

Non a caso l'attacco ai ministri grillini Danilo Toninelli ed Elisabetta Trenta, è letto anche come un affondo contro Conte che il capo del Carroccio non sente da giorni. Sospetto confermato dalle parole di Salvini ai suoi: «Se nel governo c'è chi non lavora o lavora male, la colpa non è solo dei ministri, ma di chi coordina la squadra...». E dal violento attacco dei capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo e dei governatori leghisti al premier, colpevole di aver difeso i ministri grillini e di aver tolto l'assunzione diretta dei docenti da parte delle Regioni dall'autonomia differenziata. E c'è chi sostiene nel Carroccio che Salvini, piuttosto che al rimpasto, stia puntando al bersaglio grosso: a un nuovo governo, con la stessa maggioranza, con un nuovo premier. Che poi potrebbe essere anche una strada, più tortuosa, per raggiungere lo stesso risultato: le elezioni.

E' presto, insomma, per archiviare la crisi. Tant'è, che perfino al Quirinale si interrogano sull'evolversi della situazione. E dove c'è una sola certezza: il leader della Lega ha utilizzato negli ultimi due mesi la storia che il capo dello Stato non avrebbe sciolto il Parlamento e negato le elezioni tramando per un governo tecnico, solo e soltanto per frenare la voglia dei suoi di rompere l'alleanza con i 5Stelle. Sergio Mattarella, infatti, ha sempre fatto filtrare che avrebbe conservato una rigorosa neutralità: in caso di crisi avrebbe svolto le consultazioni e se fosse saltata fuori una maggioranza parlamentare, non avrebbe potuto sciogliere le Camere. Ma mai avrebbe brigato per formare un governo tecnico o di unità nazionale per impedire a Salvini di andare al voto. Concetti illustrati l'altra sera al sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti.

Così a disinnescare, almeno per ora, Salvini e la sua voglia di mandare al diavolo Conte e Di Maio è stato altro. La prima ragione riguarda l'esercizio provvisorio: andare a elezioni in autunno, durante la sessione di bilancio, comporterebbe il rischio di non poter fare la manovra economica e dunque di veder scattare la clausola di salvaguardia dell'Iva. Una botta da 23 miliardi sulle tasche degli italiani, che sarebbe ricaduta sugli attori della crisi: Lega e 5Stelle.

La seconda ragione è il Russiagate: Salvini preferisce conservare lo scudo del Viminale in questa fase tanto delicata, fatta di inchieste a raffica e di rivelazioni con il contagocce. «Quando si è sotto tiro è meglio fare il ministro dell'Interno, che il semplice leader politico...», dice uno dei suoi.

LE NUOVE REGOLE D'INGAGGIO
In più, nella breve telefonata con Di Maio, Salvini ha dettato le nuove regole d'ingaggio. La prima: basta attacchi sul Russiagate. E il leader grillino, almeno per ora, si adeguato: «Se avessi sospetti su Matteo non sarei al governo con lui». La seconda regola riguarda il timing elettorale e i rapporti tra alleati. «Se pensate di poter tornare ad attaccarmi su tutto, adesso che si è chiusa la finestra elettorale per votare a settembre, avete fatto male i calcoli», ha detto più o meno Salvini a Di Maio, «per me non ci sono finestre. Si può votare quando decido io». Tant'è, che un ministro di peso del Carroccio è pronto a scommettere: «Altro che tregua, è ancora forte l'ipotesi della crisi. Dipende da come si comporteranno i 5Stelle».

La terza regola è «finirla con i no». E Salvini, con la pistola elettorale in pugno, vuole il sì dei 5Stelle sulla riforma dell'abuso di ufficio, sulla flat tax, sull'autonomia, sulla Tav e la Gronda di ponente a Genova. Non solo, proprio per ottenere lo sblocco delle grandi opere, il capo leghista pretende il posto di ministro delle Infrastrutture occupato da Toninelli e quello della Difesa in carico alla Trenta. Ma non lo chiama «rimpasto». Il rimpasto, infatti, darebbe respiro al governo Conte. Ciò che Salvini non vuole.

Ultimo aggiornamento: 20:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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