Salva-Stati, Gualtieri lo difende ma Conte pensa al dietrofront

Venerdì 22 Novembre 2019 di Alberto Gentili
Gualtieri difende il salva-Stati, ma Conte pensa al dietrofront

Non sarà facile il vertice di questa mattina sul Fondo salva Stati o Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Gli eserciti in campo sono schierati. Da una parte Luigi Di Maio che, per non farsi scippare altri voti da Matteo Salvini, sceglie toni euroscettici ed eurocritici. E dunque frena sul sì dell’Italia nel Consiglio europeo del 13 dicembre all’accordo. Dall’altra il Pd, schierato con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, determinato a evitare che l’Italia torni a essere isolata in Europa e dunque pronto a siglare l’intesa osteggiata dai 5Stelle. In mezzo, Giuseppe Conte.

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L’ATTENDISMO DEL PREMIER
Il premier, nei giorni scorsi, ha fatto sapere che avrebbe dato il via libera al Consiglio europeo di dicembre alla riforma del Mes a condizione che fosse inserita «in una logica di pacchetto». Traduzione: assieme alla rimodulazione del Mes vanno approvati il completamento dell’Unione bancaria e l’avvio del bilancio comune dei Paesi dell’Eurozona. Due temi, però, su cui la trattativa condotta a Bruxelles è in ritardo. Tant’è, che in serata da palazzo Chigi filtra una posizione attendista: «L’ipotesi di uno stop italiano alla riforma del Mes non è campata in aria, considerata la nostra richiesta di inserirla in un pacchetto complessivo. Ma visto che Gualtieri spiegherà i miglioramenti apportati e considerato il fatto che il ricorso al Fondo non comporta la ristrutturazione automatica del debito, ogni opzione è sul tavolo». Sia il “no”, sia il via libera. Con un problema: se a dicembre Conte dicesse sì al nuovo Mes ma poi i grillini confermassero la linea del niet in Parlamento, il governo non avrebbe i voti per fare passare l’accordo. E sarebbero guai. Seri.

Di certo, c’è che Di Maio non abbassa la guardia. Né tantomeno la presa su Conte. Verso il premier, con cui i rapporti sono tutt’altro che idilliaci, il ministro degli Esteri e capo politico dei 5Stelle, evita toni urticanti, ma torna a lanciare l’allarme di marca salviniana, manifestando di essere di nuovo attratto dalle sirene sovraniste ed euroscettiche: «Se qualcuno vuole utilizzare questo fondo per dare all’Italia quello che ha dato alla Grecia, no grazie. Noi siamo molto preoccupati perché Patuelli, il presidente dell’Abi, ieri ha detto “con questa riforma compreremo meno titoli di Stato” (in realtà poi ha frenato, ndr.). E questo è un problema, se l’allarme è lanciato dalle banche, non dai “populisti 5stelle”. Per noi resta una logica di pacchetto. Il Mes, così com’è riformato, rischia di stritolare l’Italia».

Di parere opposto Gualtieri. Il ministro dell’Economia tace in vista del vertice di oggi. Ma al Mef riportano alla nota di mercoledì, quando il ministro dell’Economia ha difeso a spada tratta la riforma del Mes: «L’Italia ha chiesto e ottenuto che questo intervento venga accompagnato dall’embrione di un bilancio dell’area euro e da una road map per il completamento dell’unione bancaria. E va chiarito che la riforma del Mes non introduce in alcun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario». Dunque, per Gualtieri e il Pd, Conte dovrà dire sì. «Anche perché», spiegano fonti dem, «se l’Italia mettesse il veto, si dimostrerebbe inaffidabile e i mercati tornerebbero a punirci. In più, verrebbe esclusa dalla trattativa sull’unione bancaria e il bilancio comune dell’Eurozona».

 

LA MINACCIA TEDESCA
Ciò che temono quanti in questi giorni sono sul chi vive per i rischi che potrebbe correre l’Italia qualora il testo finale della nuova normativa non fosse blindato, è la sua gestione da parte di Klaus Regling, il capo del Mes che ha un’autonomia maggiore rispetto a quella del presidente della Bce e soprattutto la Commissione Ue ha l’obbligo di tenere conto dei suoi pareri. Il suo ruolo nel Fondo è quello di ceo, un vero e proprio manager con una mission: far sì che l’integrazione dell’Eurozona diventi più stretta solo a patto di seguire un disegno tedesco. Il progetto di completamento dell’unione bancaria suggerito da Scholz e il piano di riforma del Mes procedono su binari paralleli e sono funzionali l’uno all’altro. Il primo intende spingere le banche che detengono forti quote di debito pubblico a dismetterle, eliminando il “rischio zero”, scenario che avrebbe effetti devastanti per l’Italia. Il secondo, oltre a garantire copertura al fondo comune di garanzia per i depositi che ancora manca all’unione bancaria, evoca lo spettro della ristrutturazione (sebbene questa parola non venga mai menzionata) del debito per i Paesi, come l’Italia, con i conti troppo in disordine per poter accedere agli aiuti.

Ciò significherebbe che, una volta entrata in vigore la riforma, rischierebbe di scatenarsi un attacco speculativo ai danni di Roma e, in assenza degli accantonamenti richiesti dal progetto Scholz, il sistema bancario italiano potrebbe restarne travolto. L’obiettivo di Berlino è il solito, quello richiamato più volte dall’ex ministro Schaeuble: spezzare il legame tra banche e debito sovrano, per creare un’Eurozona virtuosa dove i rischi saranno diventati abbastanza bassi da rendere accettabile per gli elettori tedeschi condividerli. Un obiettivo che per l’Italia avrebbe costi così alti da apparire irrealizzabili e politicamente improponibili. 

Ultimo aggiornamento: 17:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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