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Lavoro, tasse verso il taglio. Orlando: «È urgente migliorare le paghe»

La riforma sul tavolo del ministro che punta sulla mediazione di Draghi

Lavoro, tasse verso il taglio. Orlando: «È urgente migliorare le paghe»
di Francesco Malfetano
4 Minuti di Lettura
Martedì 7 Giugno 2022, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 09:58

«È urgente fare qualche passo nella direzione del miglioramento delle condizioni salariali e della riduzione della precarietà». Tradotto: ieri è arrivata la nuova apertura del governo ad intervenire su salario minimo e cuneo fiscale. A farla è il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che calandosi appieno tra le schermaglie che da giorni agitano politica e parti sociali, prova a sintetizzare quanto messo sul tavolo dalle diverse anime della maggioranza, dalle associazioni di categoria e dai sindacati. Un’operazione di sintesi imprescindibile perché prima che scenda in campo con una mediazione Palazzo Chigi - che pure segue a distanza il dossier e procede con degli approfondimenti tecnici - è necessario che vi sia un indirizzo politico definito. 

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In altri termini il ministro dem, come ha spiegato a chi ha avuto modo di parlarci nelle ultime ore, ha in mente un intero pacchetto di riforma. Un piano pluriennale da 16 miliardi di euro (utilizzando i fondi provenienti dal recupero dell’evasione contributiva) basato sulla realizzazione contemporanea di tre situazioni. In primis il rinnovo di quei 6,8 milioni di contratti scaduti adattandoli al nuovo regime a cui si sta lavorando. In secondo luogo (in una sorta di tappa intermedia rispetto al salario minimo universale, oggi irrealizzabile) equiparare il salario minimo di un intero comparto ai minimi del contratto collettivo più rappresentativo di quello stesso settore. Infine, appunto, la riduzione del cuneo fiscale per spezzare la dicotomia “lavoratore come costo” che attanaglia le imprese. Portare avanti assieme i tre punti è il fulcro su cui poggia tutto. Pensare di raggiungere solo una riforma del salario minimo, oggi appare tutt’altro che plausibile. «Con questa maggioranza penso che in questo momento sia abbastanza difficile pensare a un intervento normativo» ha preso atto proprio Orlando ieri, partecipando ad una delle Agorà del Pd, e arginando un po’ le velleità belligeranti dei leader. «Siamo disposti a lavorare notte e giorno per approvarlo. Vogliamo farlo subito» ha infatti attaccato in mattinata, alludendo al testo fermo al Senato da mesi, il presidente pentastellato Giuseppe Conte. «La questione stipendi non credo che trovi una soluzione nel salario minimo imposto - gli ha subito risposto l’azzurro Antonio Tajani - Il salario minimo imposto per legge può servire in Paesi dove la contrattazione non funziona». 
In tutta evidenza il tema è da affrontare «quando ci sarà una maggioranza omogenea, e anche quando la direttiva europea potrà aiutare». Lo stesso «assist ai lavoratori» di Bruxelles del resto - che ieri sera a margine della plenaria di Strasburgo ha avviato le trattative finali per la definizione di una salario minimo comunitario - non è (ancora) risolutivo. La direttiva Ue «non definirà ciò che deve fare l’Italia ma definirà il quadro dentro il quale l’Italia si potrà muovere e spingerà di più verso interventi che salvaguardino i livelli di salario più bassi e verso una disciplina organica» ha spiegato sempre Orlando ieri. 

Il dossier

Intanto il governo è pronto a riaprire il dossier Irap. Ieri il ministro delle Autonomie, Mariastella Gelmini, ha spezzato una lancia a favore del taglio dell’imposta regionale. «Credo», ha detto intervistata dal Messaggero, «che la manovra che debba riguardare le imprese sia quella sull’Irap. L’Irap», ha aggiunto la ministra, «la si paga sul valore aggiunto, penalizzando chi il lavoro lo dà e con il paradosso che la devono pagare anche le imprese in perdita. L’Irap è dunque un’imposta da superare, così come ci chiede l’Ue». L’idea del governo sarebbe quella di seguire le indicazioni contenute nella delega fiscale, che parlando di una «eliminazione graduale dell’imposta». Il prossimo passaggio, dunque, dovrebbe essere la cancellazione dell’Irap per le società di persone, per gli enti commerciali e per quelli del terzo settore. Una manovra che nel complesso, secondo le stime del governo, avrebbe un costo di 2,5 miliardi di euro.

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