Governo Draghi, su Rousseau il sì M5S: l'atto finale della piattaforma?

Governo Draghi, su Rousseau il sì M5S: l'atto finale della piattaforma?
di Francesco Malfetano
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Giovedì 11 Febbraio 2021, 21:03 - Ultimo aggiornamento: 22:42

Un’affluenza alta, la più alta di sempre. Un record addirittura. Sono 74.537 gli “iscritti certificati” al Movimento 5 stelle che, tra le 10 e il 18, hanno inforcato il mouse ed effettuato l’accesso alla piattaforma Rousseau per esprimere la propria preferenza sul sostegno al governo di Mario Draghi. A vincere sono stati i “si” (con il 60% delle preferenze), legittimando le posizioni di chi quel voto aveva anche provato ad evitarlo. Il tira-e-molla con le votazioni fissate, disdette e poi programmate da Beppe Grillo, sono l’emblema di uno strumento che i 5s hanno scoperto di non volere più così centrale.

Rousseau, sì al governo Draghi dal 59,3%. Al voto in 74.537. Crimi: «Mandato iscritti vincolante»

Il canto del cigno?

Il voto su Draghi in pratica, rischia di essere il canto del cigno. L’atto finale dopo anni di attacchi hacker e critiche, o dopo gli ultimi mesi dominati dalle diatribe sul ruolo che dovrebbero avere nel Movimento la piattaforma Rousseau e l’Associazione che la possiede. Così come su quello di Davide Casaleggio che le ha ereditate entrambe dal padre Gianroberto; in aggiunta al simbolo del Movimento (ma c’è una causa in corso), all’influenza commerciale per la sua azienda Casaleggio Associati e il versamento di 300 euro al mese destinato da ogni eletto all’Associazione. I segnali in pratica non mancavano. Ma con questa querelle i 5s sembrano aver preso coscienza che con la democrazia diretta ci si può scottare. E che se fino ad oggi imbrigliarla non era stato un problema (qualcuno ricorda che fine ha fatto la proposta di riaprire le case chiuse avanzata nel 2016? Risultò seconda al primo voto sulla piattaforma), ora che le correnti interne sono spaccate o che la “linea Casaleggio” è distante da quella dettata dalla maggioranza dei parlamentari, sono gli stessi grillini a denunciare che lo strumento non funziona. Il quesito di ieri «è stato formulato in maniera manipolatoria» hanno accusato 13 parlamentari. Un po’ come quando nel febbraio 2019 agli iscritti fu chiesto di votare “sì” per dire “no” e “no” per dire “sì” all’autorizzazione a procedere per Matteo Salvini nel caso Diciotti.

 

I NODI


I nodi però sono tanti. A partire dal fatto che non sembra rappresentare la base del Movimento. Gli iscritti sono circa 190mila. Vale a dire lo 0,47% degli italiani votanti. O anche, paragonandoli ai circa 10 milioni di voti ottenuti dai grillini rispettivamente alla Camera e al Senato nel 2018, sono meno del 2%. Percentuali da rivedere al ribasso perché circa 70mila di questi ieri non sono stati ammessi al voto per «diverse casistiche» (probabilmente sono inattivi). Comunque più dei 28.518 che nel 2013 votarono per definire chi candidare al Quirinale (scelsero Milena Gabanelli) o dei 44.769 che, con il 94% dei voti, approvarono il contratto di governo con la Lega nel 2018. O anche dei 39mila che ad agosto 2020 hanno detto “sì” alla modifica del mandato zero. Vale a dire quando il giornale online Wired scoprì che era possibile duplicare il proprio account e votare più di una volta (un notaio certificò il voto senza problemi).

LA STORIA

Ma le vicissitudini sulla sicurezza sono state tante. La piattaforma, eredità diretta del sacro blog di Grillo e dei MeetUp originari, fin dalla nascita nel 2016 è stata spesso oggetto di attacchi hacker. Tre solo nel 2017, con tanto di sfottò: dalla finta vendita dei dati degli iscritti fino ad una donazione fasulla da parte del segretario del Pd di allora Matteo Renzi. Dal 2018 finisce così nel mirino del Garante per la Privacy che la boccia e la multa più volte. A più riprese si stabilisce che i nomi degli iscritti sono stati comunicati «a soggetti terzi» senza consenso, se ne attacca «l’obsolescenza tecnica» e le misure di sicurezza. E poi c’è il 6 settembre 2019, quando l’hacker R0gue_0 trafugò e pubblicò le email, le password e i numeri di telefono di tutti i membri del governo gialloverde (da Di Maio fino a Toninelli). Quella di Rousseau, è evidente, è una pratica che va risolta al più presto. E lo sa anche il M5s.

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