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Referendum, dal Csm al carcere preventivo: ecco i 5 quesiti per cambiare la giustizia

I quesiti su Csm, carriere dei magistrati, decadenza dei politici e carcere preventivo. La consultazione sarà valida solo se si reca alle urne più del 50% degli elettori

Referendum, dal Csm al carcere preventivo: ecco i 5 quesiti per cambiare la giustizia
di Diodato Pirone
5 Minuti di Lettura
Martedì 31 Maggio 2022, 00:25 - Ultimo aggiornamento: 09:34

Domenica 12 giugno, oltre alle Comunali che coinvolgeranno 974 amministrazioni, si potranno votare anche i cinque referendum sulla giustizia promossi da Radicali e Lega. Alcuni referendum hanno a che fare con l’ordinamento giudiziario, due riguardano invece questioni in materia di processo penale e di contrasto alla corruzione. Il Carroccio e i Radicali avevano proposto un sesto referendum sulla responsabilità civile dei magistrati che però, come quelli sull’eutanasia attiva e sulla cannabis, è stato giudicato inammissibile dalla Corte Costituzionale. Si voteranno referendum abrogativi, che chiedono cioè l’abrogazione totale o parziale di leggi approvate dal Parlamento. Affinché i referendum siano considerati validi deve essere raggiunto il quorum. Insomma, se i votanti non supereranno il 50% degli iscritti alle liste elettorali la consultazione non avrà alcun effetto. Se il 50% dei votanti sarà superato, la legge oggetto di ognuno dei 5 referendum sarà modificata se i relativi “sì” otterranno la maggioranza.

Rossa
Incandidabilità di amministratori condannati

Il quesito referendario chiede di abrogare la legge che prevede la decadenza da cariche pubbliche di persone che hanno commesso reati. Il decreto sospende amministratori locali e regionali per sentenze non definitive talvolta smentite nei gradi successivi. Se vincesse il sì sarebbe eliminata anche la decadenza e l’incandidabilità per le sentenze definitive. Per le cariche di deputato, senatore e parlamentare Ue la condanna che fa scattare l’applicazione della legge è a più di due anni di carcere per mafia o terrorismo, per reati come peculato, corruzione o concussione e per delitti non colposi per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore a 4 anni.

Gialla 

Funzioni separate fra pm e giudici

Il lunghissimo quesito riguarda l’abrogazione delle numerose disposizioni che fondano o danno la possibilità ai magistrati di passare dalla funzione requirente alla funzione giudicante, o viceversa. La funzione requirente è quella del pubblico ministero, che in un processo è il magistrato che rappresenta l’accusa. La funzione giudicante è quella del giudice, che è invece chiamato a giudicare ed è dunque super partes. Oggi i magistrati, nel corso della loro vita professionale, possono passare da una funzione all’altra con delle limitazioni e non più di quattro volte. Se vincesse il “sì” si separerebbero nettamente le due funzioni: a inizio carriera il magistrato dovrebbe dunque optare o per la funzione giudicante o per quella requirente, senza più la possibilità di passare dall’una all’altra. 

Grigia

Sistemi di valutazione dei singoli magistrati

Il quesito chiede che la componente laica del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dei Consigli giudiziari non sia esclusa dalle discussioni e dalle valutazioni sulla professionalità dei magistrati. Oggi i magistrati vengono valutati dal Csm ogni quattro anni sulla base di pareri motivati, ma non vincolanti, elaborati dal Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dai Consigli giudiziari. Entrambi questi organi hanno composizione mista: oltre ai membri che ne fanno parte per diritto, sono formati da alcuni magistrati e poi da alcuni membri laici, cioè avvocati e in alcuni casi professori universitari in materie giuridiche. Avvocati e docenti partecipano come gli altri membri all’elaborazione di pareri su diverse questioni tecniche e organizzative, ma sono esclusi dai giudizi sull’operato dei magistrati. Solo i magistrati, dunque, hanno oggi il compito di giudicare gli altri magistrati.

Verde 

Allarga la raccolta firme per le votazioni del Csm

Questo referendum riguarda l’elezione dei cosiddetti membri togati del Consiglio superiore della magistratura, cioè quelli che sono a loro volta magistrati. Il Csm è l’organo di autogoverno della magistratura. Ne fanno parte, per diritto, tre personalità: il presidente della Repubblica, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati (i membri togati), per un terzo dal Parlamento (i componenti laici). Se oggi un magistrato si vuole proporre come membro del Csm deve raccogliere almeno 25 firme di altri magistrati. Se vincesse il “sì” decadrebbe l’obbligo della raccolta firme e si tornerebbe alla legge del 1958 che regolava il Csm: il singolo magistrato potrebbe cioè presentare la propria candidatura in autonomia e liberamente senza il supporto di altri magistrati e senza, soprattutto, l’appoggio delle “correnti” politiche interne al Csm. 

Arancione

Nuovi limiti agli arresti cautelari

In caso di vittoria del “sì” verrebbe limitato l’uso della custodia cautelare, ovvero degli arresti prima di una sentenza. L’articolo 274 del codice di procedura penale elenca i casi che giustificano l’applicazione delle misure cautelari: pericolo di fuga, inquinamento delle prove, o quando sussiste il concreto pericolo che la persona ripeta lo stesso delitto. Se vincesse il “sì”, verrebbe eliminata l’ultima parte dell’articolo 274 del codice di procedura penale, e cioè la possibilità, per i reati meno gravi, di motivare una misura cautelare con il pericolo di reiterazione che, dicono i promotori, è la motivazione che viene oggi usata con maggiore frequenza.

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