I Cinquestelle temono l'accerchiamento: reddito, riforma subito

I Cinquestelle temono l'accerchiamento: reddito, riforma subito
di Marco Conti
3 Minuti di Lettura
Sabato 3 Novembre 2018, 12:05 - Ultimo aggiornamento: 12:17

ROMA «I soldi ci sono. E se lo spread scende ancora siamo a cavallo». Allo scontro Giorgetti-Di Maio a Palazzo Chigi si cerca di non dare peso. Tantomeno il premier Conte che però, dopo essere intervenuto da Tunisi sulla questione, appena torna a Roma chiama Giorgetti nella sua stanza. D'altra parte le difficoltà di cui parla il sottosegretario leghista nell'attuazione del reddito di cittadinanza sono note, «forse un po' datate», sostengono a palazzo Chigi. «Tutte di natura tecnica», aggiungono, ma sottolinearle agita l'alleato. Noto anche il ragionamento che anche il premier ha ripetuto più volte. Ovvero che per attuare la riforma occorre avviare i centri per l'impiego e, soprattutto, mettere in essere delle misure di controllo che impediscano gli abusi.
AL NETTO
Ciò che conta, ripete Di Maio, «sono i dieci miliardi» che la legge di Bilancio metterà a disposizione del reddito di cittadinanza una volta approvata. Quello fa fede, e dentro quella cifra occorrerà stare, sostiene Di Maio che ieri è tornato però ad accarezzare l'idea del reddito per decreto dando conferma della diffidenza in atto nel M5S nei confronti di un alleato che vola nei sondaggi. Tutto fattibile, quindi, sempre che lo spread continui la sua discesa alleggerendo il costo per interessi e scongiurando possibili interventi sul sistema bancario. Al netto della già nota scarsa fiducia leghista sulle qualità taumaturgiche del reddito di cittadinanza, si potrebbe affermare che lo scontro è inesistente e «colpa di un'intervista rilasciata qualche tempo fa e decontestualizzata», sostengono i leghisti. Se non fosse che nella legge di Bilancio i miliardi ci sono ma la destinazione è di fatto subordinata ad uno spread molto più basso dell'attuale e ad una crescita in linea con le previsioni. Una sorta di escamotage salva-vita, quello attuato dal governo, che non sembra aver convinto Bruxelles ma che serve per non mandare il debito fuori controllo e scatenare i mercati. Al ministro dell'Economia Tria spetterà infatti aprire e chiudere i rubinetti. Una serie di variabili che innervosiscono Di Maio che, a differenza di Salvini, non ha gli immigrati con cui prendersela e compensare. Dulcis in fundo c'è anche l'incognita Europa il cui giudizio negativo nei tempi lunghi può portare ad una sanzione e in quelli brevi ad una salita dello spread. Su questo punto molto potrebbe dipendere dall'ultimo giro di colloqui che Conte avrà con le massime istituzioni europee.
Una serie di fattori ancora incerti ai quali si aggiunge l'iter parlamentare con emendamenti già annunciati dal governo e altri che verranno fuori da qui al 31 dicembre. Una lunga serie di incognite che alzano la temperatura e spingono i due a reagire rischiando di provocare danni maggiori o tirando in ballo temi, come la Tav, ancor più divisivi. Più volte Conte ha invitato la sua maggioranza a tenere bassi i toni.
IL FUOCO AMICO
Meglio ancora - ritiene - evitare manifestazioni, come quella prevista a Roma l'8 dicembre dalla Lega, contro l'Europa e quei burocrati con i quali il premier tenterà di nuovo una sorta di missione di pace. A meno che la Lega, come sospettano il M5S, voglia impedire l'intesa. Nel tentativo di sottrarre il governo dal fuoco amico, ieri Conte ha usato toni non troppo soft nei confronti dei suoi vice. «Io sono il presidente del Consiglio, interagisco io con le istituzioni europee» «e io caratterizzo il tono dell'interlocuzione», ha spiegato da Tunisi. Nel rivendicare il ruolo, Conte si fa garante dell'accordo raggiunto dai suoi vice alla presenza del ministro Tria. Ovvero che reddito e pensioni si fanno, ma senza compromettere la tenuta del sistema bancario e i risparmio degli italiani. Esattamente come di recente sollecitato dal presidente della Repubblica.
Marco Conti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA