Rivoluzione in Rai, il piano di Fuortes: scompaiono le reti, restano le direzioni

Il piano di Fuortes: scompaiono le reti, restano le direzioni

Carlo Fuortes
di Mario Ajello
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Giovedì 12 Agosto 2021, 00:10 - Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 12:05

Nessuna assunzione esterna (anche se a ottobre scadono le poltrone di direttore di Tg1 e Tg2). Scivoli per pensionare. Razionalizzare, accorpare e in certi casi chiudere le 12 reti esistenti alcune sconosciute, altre inutili o superflue, tutte economicamente più o meno pesanti. No licenziamenti, ma tagli sì, e non pochi senza però gravare sul prodotto e sul buon funzionamento aziendale.

C’è questo e molto altro nella rivoluzione Rai, targata Carlo Fuortes, amministratore delegato «suadente ma duro» lo definiscono a Viale Mazzini, il primo ad usare in Rai grazie allo scudo robusto di Draghi i poteri che i suoi recenti predecessori non avevano la forza di azionare per paura di dispiacere ai partiti. Ma tutti sanno in Rai, chi tifa per l’ad lui e chi contro, che se rivoluzione riuscirà ad essere va fatta in tempi brevi. Da qui a gennaio. Perché poi, dopo l’elezione del nuovo capo dello Stato magari si andrà a votare e cambia tutto o comunque la politica in occasione della scelta del nuovo presidente della Repubblica potrebbe riprendere in mano quel pallino del comando generale, e la Rai è un grande pezzo del tutto, e impedire ciò che ha sempre impedito: la trasformazione del carrozzone televisivo in una vera azienda gestita con criteri aziendali, che produce e che fattura. 

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DISBOSCARE
E invece al momento la Rai non solo stenta a fare servizio pubblico, pur succhiando tanti soldi (quasi 2 miliardi all’anno di canone più la pubblicità), ma si presenta come un organismo diseconomico che riesce a permettersi - solo per fare un esempio, a proposito della foresta infinita di reti e testate con super-direttori, direttori, vicedirettori - l’esistenza di un reperto come Televideo o di RaiSanMarino con poltrona di comando ambitissima in quanto risultante all’estero con tutte le prebende e i benefit che questo comporta per informare su un paesino-Stato dove accade poco. 

Rai, il piano di Fuortes


Ma come ha detto Fuortes ai direttori di Mamma Rai, e non lo nasconde a nessuno: «Il buco di bilancio per quest’anno è di 57 milioni. Ma con i debiti pregressi il deficit è di 300 milioni di euro. Una situazione da libri in tribunale». Dunque, tutti insieme a cambiare tutto. E anche in fretta. Il cuore della rivoluzione sarà un cuore relativamente antico. 


STRATEGIA
Parlando con i dirigenti tra Viale Mazzini e Saxa Rubra, l’ad non ha nascosto la sua intenzione: quella del restyling del Piano industriale del suo predecessore, Salini, votata dal Cda di allora. «Quel piano ha molto di buono - va spiegando Fuortes ai suoi interlocutori - e lo riprendiamo». Potrebbe essere varato entro dicembre.

E funziona così: al posto di Rai1, Rai2, Rai3 e delle altre, ecco nove Direzioni di genere, i cui direttori oltretutto sono già stati nominati, che ottimizzano (il risparmio è stimato in partenza 40 milioni all’anno) e realizzano prodotti da distribuire nei vari canali. Esulta il renziano Michele Anzaldi che di Rai sa tutto: «Alla buon’ora! Non sarebbe altro che applicare ciò che accade in tutte le altre televisioni del mondo». Dove non vale il criterio per cui più reti più posti per i protetti dei partiti, più tiggì più poltrone da regalare alla politica e soprattutto la regola tele-italiana per eccellenza: più soldi meno ricavi.


Ci sarebbe con le Direzioni di genere, un super-governo collegiale senza poltrone pesanti a cascata. E senza doppioni: basti pensare che gli attuali direttori di Rai, Rai2 e Rai3 lo sono ad interim perché già nominati dal Cda precedente a guidare la direzione di genere Intrattenimento (Coletta), quella Cinema e serie tv (Di Meo), quella Day Time (Di Mare che oltretutto è in procinto di andare in pensione).

Poi si sono le altre, dalla Fiction ai Nuovi format, da Cultura a Offerta informativa che dovrebbe sovrintendere a tutti i tiggì (i cui posti di comando sarebbero ridotti e depotenziati) smistando loro servizi e evitando doppioni e sprechi. Ma questo tipo di rivoluzione non è certo facile. Basti pensare che l’intenzione di Fuortes di ridurre il numero dei giornalisti e di tecnici (solo due testate) al seguito del prossimo viaggio del Papa a settembre in Ungheria e Slovacchia sta creando forti malumori a Saxa Rubra. E il Cdr del Tg1 ha chiesto all’ad un incontro chiarificatore. 
Perché anche il comparto informazione - dove il progetto di fare due newsroom al posto dei tanti tg è all’ordine del giorno - avrà la sua rivoluzione. Che al Settimo Piano ci si augura «gentile» ma già arrivano - visto che meno tiggì significa meno poltrone condizionate dalla politica - segnali di guerra a Fuortes.

Basti vedere come è stato avvertito dal centrodestra quando in commissione di Vigilanza s’è parlato delle due newsroom: «Dottor Fuortes, faccia cose più semplici. Non vada a inseguire cose difficili...». Ma le rivoluzioni, sia che riescano sia che falliscano, non sono un pranzo di gala.

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