Prima Scala, omaggio a Mattarella. Il capo dello Stato: «Grande cultura russa non si cancella». Meloni (in blu) canta l'inno

L'abbraccio alla Prima della Scala a Milano. Il premier sul palco d’onore insieme al compagno: «Così riusciamo a vederci...»

Prima della Scala, omaggio a Mattarella. Giorgia in blu canta l'inno
di Mario Ajello
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Giovedì 8 Dicembre 2022, 00:27 - Ultimo aggiornamento: 13:41

«Mi sembra di aver avuto una bella accoglienza, no?». Giorgia Meloni, tra il primo e secondo tempo della “prima” della Scala, dopo essere scesa dal palco reale condiviso con gli altri due presidenti, Mattarella e von der Leyen, confida la sua emozione: «Non ero mai stata qui, è il mio debutto». E lo ha superato perché i presenti l’hanno fatta sentire a casa, chi le fa i complimenti, chi cerca di conoscerla e lei non si nega, chi le chiede selfie («Sei la migliore del mondo»), chi commenta guardandola da vicino o da lontano: «Se lei ce la farà a governare, sarà un successo per noi tutti». Il presidente Mattarella – che lo scorso anno fu invitato a fare il bis sul Colle dall’intera platea scaligera in standing ovation – riceve ora un applauso di 5 minuti. E c’è chi grida dalla platea: «Viva il Presidente», «Grazie Presidente». Calore e stima. Lui è qui con la figlia Laura, con loro nel palco reale ornato di fiori bianchi ecco il sindaco Sala con la compagna Chiara, il governatore Fontana e tutti gli altri. Le maestranze del teatro vanno a trovare il presidente e lui – prima dell’incontro con il maestro Chailly che gli dice: «L’auspicio dello scorso anno per la sua permanenza sul Colle si è realizzato e siamo tutti contentissimi» – dice loro: «La cultura russa resta una grande cultura e non si cancella». Ma riecco Meloni. Indossa un vestito Armani blu notte e sopra ha una mantella di velluto. Le scarpe a punta sono intonate. Orecchini d’oro e capelli raccolti in uno chignon. Racconta nella pausa: «Ogni pezzo della grandezza italiana mi emoziona. E qui siamo nel tempio della nostra storia. La Scala sintetizza ciò che siamo». È andata a fare i complimenti al maestro Chailly per questo suo Boris Godunov («Mi è molto piaciuto»). C’è con lei il compagno Andrea Giambruno in smoking d’ordinanza («Ogni tanto cerchiamo di frequentarci», sorride rivolto a lui). Conversa con il Capo dello Stato, con i ministri Sangiuliano, Casellati, Urso, con Ignazio La Russa e poi un grande abbraccio con un cantante, Graziano Galadone: «Sei un grandissimo». E spiega: «Graziano è uno degli interpreti del mio spettacolo prediletto che avrò visto chissà quante volte, Notre dame de Paris. Lui in quel capolavoro interpreta la parte di Febo». La serata è cominciata comunque con l’inno di Mameli. Meloni nel palco reale, dal suo posto un po’ defilato sull’angolo sinistro, canta Fratelli d’Italia suonata dall’orchestra prima del Beethoven dell’Inno alla gioia e all’Europa. E dalla platea, tutti con gli occhi all’insù per vedere i tre presidenti: non c’è mai stata tanta concentrazione di super-autorità per una “prima” della Scala e questa la modernità graffiante dell’opera ottocentesca di Modest Musorgskij è un grido contro la brama cieca di dominio e sugli orrori della guerra. «Conoscete la mia posizione in tema di conflitto in Ucraina – spiega Meloni – ma penso che la cultura sia un’altra cosa. Noi non ce l’abbiamo con il popolo russo o con la storia russa ma con le scelte di chi politicamente ha deciso di invadere una nazione sovrana. È una cosa diversa, ed è giusto mantenere separata la dimensione culturale da quella politica».

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IL TEATRO

Questa potrebbe essere definita “la prima della prima”, ovvero il debutto del Godunov versione Chailly e insieme il debutto scaligero del primo premier donna e di destra. E si capisce anche alla Scala quanto siamo forti le aspettative su di lei e sul resto del governo. Osserva Sangiuliano: «Mi ha sempre colpito la storia di De Gasperi che nell’immediato dopoguerra volle intervenire per la rapida ricostruzione della Scala. Fu attaccato per questo. Ma secondo me fece bene perché questo era un simbolo della rinascita nazionale. Stasera sto pensando anche a Paolo Isotta gigante della critica musicale, autentico intellettuale di destra». Chi intanto a La Russa chiede un paragone tra il cinquecentesco Godunov e lo zar Putin giustamente non risponde e dice invece con uno dei suoi sorrisi: «Quello del sovrano raccontato nell’opera era un potere cattivo, noi siamo un potere buono». Qualcuno tra il pubblico, nell’intervallo, azzarda: «Vuoi vedere che ora Meloni si siede in platea come faceva demagogicamente il presidente Pertini?». Macché, significa non conoscere il rispetto per le forme e per le rappresentazioni dell’autorità di cui la leader di FdI, senza esagerare con la retorica e pur cercando di conservare la sua natura pop, applica in ogni occasione. E le signore milanesi, che l’aspettavano al varco, nel foyer approvano il look di Giorgia e il suo portamento, promosso perfino da Natalia Aspesi, simbolo dei salotti milanesi di sinistra, che per un po’ ha aspettato l’arrivo dei politici all’ingresso ma poi è entrata in sala: «Ho una certa età … e devo sedermi». Poco più in là Fedele Confalonieri: «Giorgia Meloni è brava. Sta lavorando bene», assicura. E tutta la buona società milanese - melomani e meloniani già convinti o in procinto - vuole conoscerla. Perciò c’è l’assedio a Tommaso Sacchi. È l’assessore milanese alla Cultura ed è lui a organizzare la cena di gala post Godunov, nello splendido palazzo cinquecentesco Spinola, a cui tutti vorrebbero partecipare: «Tommaso, ti prego, riesci a farmi entrare?». Nel menu della super festa vip c’è il risotto allo zafferano, la cassoeula su tortino di verza, il panettone con gelatina di mandarini (tutto molto milanese) e soprattutto un possibile contatto diretto con Giorgia. Ma lei torna subito a Roma, sarà per la prossima volta.  

 

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