Pensioni e fisco, il pressing della Lega: Draghi e Mef resistono

Il presidente del Consiglio ha ribadito la sua contrarietà a Quota 100 e quindi la volontà di tornare, pur se con qualche gradualità, al precedente status quo

Pensioni e fisco, il pressing della Lega: Draghi e Mef resistono
di Luca Cifoni
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Domenica 24 Ottobre 2021, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 16:11

Matteo Salvini cerca di rilanciare sui dossier pensioni e fisco chiedendo via lettera un incontro a Mario Draghi. Ma al momento i margini di trattativa sul dopo Quota 100 appaiono circoscritti a un qualche compromesso più morbido sul sistema delle quote (102, 103 e 104) intese come percorso di rientro verso il sistema in vigore fino al 2018: quindi sostanzialmente quello della legge Fornero più forme di uscita riservate a particolari categorie. Mentre per quanto riguarda la riduzione delle tasse l’esecutivo resta ancorato allo stanziamento di 8 miliardi già in indicato (sei da finanziare in legge di Bilancio e altri due già accantonati dallo scorso anno). 

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I vincoli

Sullo sfondo della discussione sulla previdenza resta l’ipotesi di un meccanismo di flessibilità strutturale, basato sulla possibilità di opzione generalizzata per il sistema di calcolo contributivo: una soluzione che sul piano politico potrebbe piacere al Pd e a Leu, ma che per ora fatica a fare strada. Sicuramente questa scelta andrebbe a includere una platea più ampia di quella coinvolta dalla proposta Quota 102-104, che del resto è ancora da definire nei dettagli. Una proposta che non piace ai sindacati per motivi che sono stati riassunti in un’analisi della Cgil: coinvolgerebbe una platea di persone molto limitata. «Dai nostri studi - spiega Ezio Cigna, responsabile Previdenza pubblica del sindacato - sarebbero 8.524 le persone coinvolte nel 2022 e 1.924 nel 2023, visto che molti dei soggetti che potrebbero perfezionare Quota 102 nel 2022 e Quota 104 nel 2023 hanno già il maturato il requisito di Quota 100 al 31 dicembre 2021».

In tutto dunque poco più di diecimila persone. L’ipotesi è che il requisito di età richiesto sia fissato a 64 anni il prossimo anno (insieme ai 38 di contributi) mentre nel 2023 servirebbero 66 anni. Si tratta insomma di vincoli molto impegnativi. L’uscita di Salvini punta a rialzare la posta sul tavolo della manovra: «Sarebbe un errore rifinanziare il reddito di cittadinanza e tagliare le pensioni» ha detto ieri. Ma per ora Palazzo e Chigi e Mef non sembrano voler cambiare linea. Sulle pensioni il presidente del Consiglio ha ribadito la sua contrarietà a Quota 100 e quindi la volontà di tornare, pur se con qualche gradualità, al precedente status quo. Le altre ipotesi in campo comprendono il potenziamento dell’Ape sociale per le categorie impegnate in mansioni faticose, misura che ha buone possibilità di passare, e la proposta del presidente dell’Inps Tridico imperniata su una pensione anticipata ma provvisoria limitata alla sola quota contributiva maturata, in attesa di percepire il trattamento pieno al compimento dei 67 anni. E sempre in tema di contributivo, del menu non fa parte al momento la proroga di Opzione donna, formula applicata per molti anni e che in realtà potrebbe essere anche generalizzata come meccanismo di flessibilità a regime: uscita anticipata a 63-64 anni in cambio di un assegno calcolato con il metodo stabilità dalla riforma Dini, normalmente meno favorevole per i lavoratori. Proprio i minori importi dell’assegno, dal punto di vista del bilancio dello Stato, compenserebbero nel medio periodo il maggior numero di pensionamenti.

Le richieste

Sul fronte fiscale le richieste del leader della Lega sono ugualmente consistenti: da una parte l’ampliamento della dote per la riduzione del carico tributario, fissata a 8 miliardi complessivi, dall’altra una misura simbolo per il Carroccio, ovvero il mantenimento della cosiddetta “flat tax” per i lavoratori autonomi (che andrebbe anzi estesa fino alla soglia dei 100 mila euro di fatturato) insieme a una proroga del superbonus 110 per cento che includa anche le villette unifamiliari. Sul primo punto non ci sono spazi per una mediazione: le risorse delineate nel Documento programmatico di Bilancio inviato a Bruxelles arrivano ai 23 miliardi complessivi e il Tesoro non ha intenzione di andare oltre. Quanto alla flat tax, il suo destino è legato a quello della riforma fiscale complessiva, che puntando a razionalizzare il sistema almeno sulla carta dovrebbe ridurre al minimo i regimi speciali. Proprio per questo motivo è molto improbabile che la norma sia toccata in legge di Bilancio. Gli 8 miliardi dovranno essere distribuiti tra un primo intervento sull’Irpef, l’avvio della cancellazione dell’Irap (ma solo per le piccole imprese) e la soppressione, sempre a beneficio delle aziende, del contributo che attualmente concorre a finanziare l’assegno al nucleo familiare: strumento che sarà assorbito nel nuovo assegno universale.

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