Pd, via alla resa dei conti. Letta: «Niente scioglimento»

Pd, via alla resa dei conti. Letta: «Niente scioglimento»
di Andrea Bulleri
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Giovedì 6 Ottobre 2022, 07:22 - Ultimo aggiornamento: 7 Ottobre, 09:08

Rimettere in piedi il Pd. Ricostruirlo dalle fondamenta, se necessario. Ma senza lasciarsi tentare dalle sirene di chi punta a cancellare con un tratto di penna gli ultimi 15 anni di storia del centrosinistra. Magari per tornare al vecchio schema dei due partiti, eredi spirituali di Ds e Margherita: uno ancorato a sinistra (e che di fatto vorrebbe lanciarsi in orbita 5stelle), l'altro centrista. Perché per quanto la batosta del 25 settembre abbia lasciato i dem con le ossa rotte, dal voto «usciamo vivi», è la linea di Letta. E dunque «non si capisce» perché discutere di scioglimento quando «con quasi il 20 per cento siamo il primo partito d'opposizione». A una manciata di ore dalla direzione Pd, convocata per questa mattina al Nazareno, sono di questo tenore i ragionamenti che filtrano dal quartier generale dem .

Enrico Letta non intende sminuire la portata della sconfitta. Né ha intenzione di tornare sui suoi passi: al prossimo congresso, di cui la riunione dei 208 delegati trasmessa pure in streaming dovrebbe fissare la roadmap, il segretario uscente non si ripresenterà. La sua però la dirà eccome. Anche alla luce dei molti giudizi tranchant fatti rimbalzare da padri (e madri) nobili del partito. Da Rosy Bindi, che ha liquidato il rinnovo dei vertici come «accanimento terapeutico», a Pierluigi Bersani, che invoca la nascita di un «partito nuovo».

L'INTERVENTO

Comunque vada la discussione, dal Nazareno ribadiscono che non toccherà a Letta decidere. Il suo intervento traccerà una rotta, «non sarà un prendere o lasciare». Il cambio di nome o di simbolo, dunque, rimangono sul tavolo. Ma non sarà lui a indicare quella strada. Al contrario. Anche perché, nonostante il bottino elettorale ben al di sotto delle aspettative, «non abbiamo fatto la fine del partito socialista francese, crollato prima al 7 poi all'uno per cento», il senso della tesi del segretario. Letta ribadirà poi la ricetta già anticipata nella lettera agli iscritti: aprire il partito a nuove energie (c'è chi in queste parolelegge un endorsement a Elly Schlein, papabile candidata della sinistra dem alla segreteria). E concentrarsi sull'identità, più che sui nomi in campo.
Eppure, inevitabilmente, è soprattutto a quelli che si guarda, al Nazareno. Dove nel frattempo cresce l'attesa per le mosse di Stefano Bonaccini, alla cui discesa in pista guardano gli ex renziani di Base Riformista. Il governatore emiliano questa mattina sarà a Roma, per ribadire in direzione i suoi paletti: no a cambi di nome o di simbolo, «tempi rapidi» per il congresso. Perché il sospetto dei riformisti è che un pezzo del partito giochi a rallentare le tappe, in attesa di tirare fuori dal cilindro una candidatura altrettanto forte che, per ora, non si vede (sia Peppe Provenzano che Andrea Orlando si sono sfilati dalla partita).

A crescere, in parallelo, è anche il coro di chi invoca l'azzeramento totale dei vertici. Lo fa tra gli altri Brando Benifei, capodelegazione dem a Bruxelles: «Il Pd non deve spaccarsi avverte ma è evidente che tutta la prima fila del partito deve lasciare spazio a una nuova generazione». «Rinnovamento» chiederà anche Cecilia D'Elia, responsabile Pari opportunità della segreteria Letta. Che dopo la figuraccia sulle quote rosa (meno di un terzo della rappresentanza parlamentare Pd è al femminile), in direzione porterà una richiesta netta, che potrebbe finire ai voti: attribuire alle donne tutte le cariche rilevanti riservate al Pd. Dai capigruppo, con la riconferma di Serracchiani e Malpezzi e lo stop all'ipotesi di un tandem Zingaretti-Boccia fino alle vicepresidenze d'Aula. Con Anna Rossomando che, in questo scenario, resterebbe sul secondo scranno più alto del Senato.

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