Paola De Micheli per il dopo Letta: l'ex ministro si candida alla segreteria del Pd. ​«Voglio puntare sui militanti»

Piacentina, 49 anni, nel 2019 era stata vice-segretaria dem dopo aver appoggiato la mozione Zingaretti

Paola De Micheli per il dopo Letta: l'ex ministro si candida alla segreteria del Pd
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Martedì 27 Settembre 2022, 20:13 - Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 17:31

 Il congresso del Partito Democratico è un bestione che per prendere l'abbrivio ha bisogno dei suoi tempi. Le grandi manovre sono già iniziate ma, per adesso, senza fare troppo rumore, anche se qualche scintilla, qualche scatto c'è. Da statuto, la prima tappa sarà la convocazione della direzione nazionale, per approvare il regolamento: da quel momento, i candidati dovranno venire allo scoperto e raccogliere le firme. Ufficialmente, quindi, la corsa non è ancora partita. Ma di nomi ne circolano già: con un'intervista a Repubblica.it, in serata è scesa in campo l'ex ministra Paola De Micheli: «Ho 49 anni, un curriculum fitto e la voglia di spendermi in qualcosa di importante. Voglio puntare sui militanti, troppo spesso dimenticati, quando non umiliati, e sulla definizione della nostra identità». Per tutta la giornata, comunque, ad avere le quotazioni più alte sono stati il presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, e la sua vice, Elly Schleyn. 

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Le tappe

Le discussioni e le trattive sul congresso devono procedere con quelle sulle nomine che si dovranno fare dopo l'insediamento del Parlamento, il 13 ottobre: capigruppo, vicepresidenze della Camere, presidenze di commissione e via dicendo. Mentre ad animare i capannelli è il dibattito sul possibile derby Bonaccini e Schlein - che per adesso non hanno fatto passi ufficiali - l'elenco dei papabili si fa via via meno fumoso. Il sindaco di Pesaro e coordinatore dei sindaci dem Matteo Ricci ha già fatto capire ai suoi che è intenzionato a correre. Altri big starebbero riflettendo, come il vicesegretario Pd Peppe Provenzano e il sindaco di Firenze Dario Nardella.

Un altro primo cittadino, quello di Bari, Antonio Decaro, potrebbe essere della partita: «È l'intero modello su cui il PD si fonda che va smantellato», ha detto. Una dichiarazione che non è piaciuta a Francesco Boccia, della segreteria Pd: «Smantellare mi sa di rottamare. Mi auguro che lo schema non sia: il nuovo è bello e il vecchio è cattivo». Che il confronto non sarà semplice lo fanno intuire certe dichiarazioni. Come quella di Matteo Orfini, che non ha lesinato critiche ai candidati in pectore: «I nomi che leggo sono di persone che sono state in primissima linea in questa campagna, con risultati non esattamente esaltanti». Mentre per Andrea Orlando serve «una risposta straordinaria. Occorre un passaggio rifondativo con quella sinistra diffusa che ha alzato, anche per nostri limiti, un muro di diffidenza». 

Enrico Letta accompagna il partito al congresso e si tiene al di sopra della contesa, senza sponsorizzare l'uno o l'altra candidato, candidata o aspiranti tali. Nel derby Bonaccini-Schlein resta il quadro singolare della sfida fra due esponenti di vertice della stessa Regione, un aspetto che, però, col passare delle ore viene sempre meno sottolineato. Così come non pare possa influire il fatto che Schlein non sia iscritta al Pd: «Può iscriversi quando vuole - ragionava un dirigente del partito - e poi è stata appena eletta con la nostra lista». Intanto ci sono da decidere le nomine alla Camera e al Senato. Due le strade possibili: aspettare l'esito del congresso e poi discutere. Oppure far sedere a un tavolo i leader delle varie aree e cercare un via ordinata. 

 

Anche per i capigruppo è iniziato il totonomi: al Senato si fanno quelli di Dario Franceschini, Graziano Delrio, Francesco Boccia, Cecilia D'Elia o la conferma di Simona Malpezzi. Per la Camera Anna Ascani, Lia Quartapelle, Marianna Madia, Nicola Zingaretti. Ma anche la conferma di Debora Serracchiani. O De Micheli. E la stessa Schlein. Sono scenari. Come quello del derby emiliano romagnolo. In ambienti dem, la percezione è che Bonaccini deciderà dopo aver sondato gli umori del partito: l'intenzione - nel caso - sarebbe quella di essere un candidato sostenuto in maniera trasversale. Il nome di Schlein rimbalza: sarebbe l'immagine di un'anti Meloni, un'espressione di quel partito aperto che aveva cominciato il suo percorso con le Agorà dem. Poi è caduto il governo di Mario Draghi. Ed è cominciata tutta un'altra storia.

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