Le pagelle dei politici del 2021: Mattarella (10), Letta e Meloni (7), Conte insufficiente

Le pagelle dei politici del 2021: Mattarella (10), Letta e Meloni (7), Renzi insufficiente
di Mario Ajello
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Sabato 1 Gennaio 2022, 16:49 - Ultimo aggiornamento: 23:58

Sergio Mattarella 

Il discorso del presidente è piaciuto a tutti. Il suo settennato è già rimpianto. Il sogno di un suo bis sul Colle è l’unico sentimento trasversale che unisce i partiti. È riuscito a creare un governo tecnico-politico su cui si sono ritrovati  tutti. E si potrebbe continuare a lungo nel giudizio, ultra-positivo, sull’azione di Mattarella in questo ultimo anno o semplicemente - basti ricordare la foto del presidente che si fa il vaccino e la sua insistenza sulla fiducia nella scienza - finirla qui, evitando molto mattarellianamente troppo parole e troppa retorica. 
Il voto è 10

 

Mario Draghi 

Fattori immateriali quali il prestigio, l’autorevolezza, la fiducia, sono attestati non solo dall’Europa, ma da investitori, mercati, organismi internazionali. Draghi è promosso alieni voti. Il suo 2021 è da record e non solo perché è riuscito a tenere a bada partiti inconcludenti e impopolari, senza stuzzicarne troppo le invidie e avvolgendoli con fare gesuitico e insieme decisionista. 
Il suo voto dipende innanzitutto da una cifra: il 6,4% di crescita del Pil italiano previsto nel 2021, record europeo, e realizzato in condizioni - purtroppo  - di solo parziale ritorno alla normalità. Poi ci sarebbe anche un’altra cifra record: 85,79%, e cioè la percentuale di italiani sopra i 12 anni vaccinati. 
Ha anche portato a termine entro la data prevista i 51 obiettivi del Pnrr richiesti dal’Europa per erogare i finanziamenti europei, di cui è arrivata la prima tranche di 24,1% miliardi mentre è già partita la corsa alla seconda tranche, di identico importo. Con uno stile abbastanza originale per gli standard italiani: poche chiacchiere e molti fatti. Peccato che a complicare la situazione c’è una pandemia che, nonostante le misure prese, non smette di perseguitare l’Italia. Ma altrove, è molto peggio. 
Il voto è 8


Silvio Berlusconi 

Quando tutti lo davano ormai sulla via del tramonto politico, con un colpo d’ala ha riconquistato il centro della scena. Con la sua più o meno avventata candidatura alla presidenza della Repubblica ha di fatto bloccato non solo il centrodestra ma l’intero sistema politico italiano. Salvini e Meloni, più la seconda che il primo, non credono nella sua corsa per il Colle ma il Cavaliere è in modalità lancia in resta. Nell’ultimo anno Zio Silvio è apparso e scomparso di continuo, essendoci sempre e nei sondaggi Forza Italia è cresciuta di due punti e non si è fatta mangiare, come tutti prevedevano - dalla Lega o sparire nell’abbraccio a Draghi. Ora o king  - ma è improbabile - o king maker, con la speranza di diventare senatore a vita: questa la parabola del Cavaliere. 
Il voto a Berlusconi è 7

 

Giuseppe Conte 

Ha perso il governo ostinandosi nella ricerca di improbabili “responsabili” e non rendendosi conto dell’irritazione che certe uscite provocavano anche in ambito europeo. Del tutto sordo agli appelli del Capo dello Stato sulla necessità di collaborare con l’opposizione per un governo più largo, ha peccato di inesperienza e di approssimazione sia nella gestione del PNRR sia nei rapporti di sicurezza e internazionali. Preso in mano M5S ridotta allo sfascio, fatica molto a tenerlo unito e ad imporre le sue scelte a parlamentari in cerca d’autore.  È evidente che Conte non controlla quel magma incandescente che sono i gruppi parlamentari stellati. Mantiene un suo prestigio nell’opinione pubblica. Però ha perso, ma non è solo colpa sua, le elezioni comunali. Non sembra inoltre avere la tempra per condurre con successo la battaglia del Quirinale. Dovesse perderla, Grillo lo potrebbe sostituire con la Raggi. 
Il voto a Conte è 5 meno.

 

Luigi Di Maio

Populismo adieu. Giustizialismo in naftalina. Il 2021 è stato l’anno della trasformazione di Di Maio. Oggi è un apprezzato e misurato ministro  degli Esteri, fedele interprete del verbo draghiano, europeista e atlantista. Da bravo e sveglio (“scetato”) napoletano, Di Maio ha appreso in svelta e ormai, pur restando apparentemente quasi immobile, è il vero uomo forte di un Movimento ridimensionato ma ancora determinante. A lui si rivolgono tutti i protagonisti del Palazzo anche per la partita del Colle. Solo Enrico Letta continua a rivolgersi a Conte in quanto presidente stellato, ma i giochi vero si fanno con Di Maio. 
Il voto a Di Maio è 7 e mezzo. 

 

Enrico Letta 

Partito  male, collezionando gaffe e sconfitte (sul ddl Zan anzitutto), senza muoversi troppo ha approfittato dell’incredibile defaillance del centrodestra sulle elezioni comunali e ha ridato smalto alla sua immagine e una certa centralità al suo partito. Il tono basso, compreso per l’aspetto riguardante la Presidenza della repubblica, gli serve sia a mantenere coese le varie anime del suo partito sia a campare di rendita sull’immagine di affidabilità che in certi ambienti, anche europeo, godono i democratici. È riuscito finora a tenere il partito  unito (ma presto quest’unità apparente sarà messa alla prova dalla corsa per il Quirinale). Tratta il governo Draghi come se fosse il “suo” governo, e ne sta traendo anche qualche vantaggio nei consensi. 
Il voto a Letta è 7. 

Giorgia Meloni 

Ha detto no al governo di Mario Draghi accreditandosi 
in pieno come opposizione “responsabile” e collaborativa. Con grande destrezza ha condotto il gioco europeo, vincendo la personale partita con Salvini. Ha rintuzzato le accuse di copertura di “nostalgici” nel suo partito ed è riuscita a farsi omaggiare da tutti ad Atreju. Molto brava nella comunicazione e nel marketing politico, adesso deve riuscire - il che è complicato - a intestarsi un risultato storico: portare una figura di centrodestra al Quirinale. Intanto  nel 2021, nonostante la sconfitta eclatante di Michetti alle comunali di Roma,  FdI ha cominciato a volare nel sondaggi ed è di pochissimo secondo partito dopo il Pd.  
Ha una capacità indubbia di comunicare con l’opinione pubblica, dovuta anche al fatto che è una donna (l’unica donna leader) pratica e dotata di una forte empatia. Ma per sfondare, per guidare il centrodestra alle prossime elezioni, e candidarsi addirittura a Palazzo Chigi, deve ancora fare un salto di qualità: liberarsi dell’ipoteca di Silvio Berlusconi sul centrodestra e liberarsi dei condizionamenti della storia da cui proviene, tagliando definitivamente i ponti. Quello che ancora le manca è la costruzione di una classe dirigente di partito più professionale e senza troppi vincoli ideologici con il passato. 
Il voto di Meloni è 7. 

Matteo Salvini 

Sicuramente il vero vincitore politico, insieme a Renzi, della fase che ha portato alla nascita del governo di Mario Draghi. Con il suo sì ad entrare in maggioranza ha infatti spiazzato non poco i democratici e i Cinque Stelle che non hanno potuto fare altro che fare buon viso a cattivo gioco. Meno lineare la partita giocata su vaccini e green pass e in genere nella seconda parte dell’anno, ove ha dato l’impressione di lavorare su due tavoli, quello della lotta e quello del governo. Bravo nel fronteggiare Giorgetti, e a tenere insieme il partito intorno a lui. Ma il caso Morisi lo ha indebolito privandolo della macchina di propaganda che lo ha incoronato leader. In più il tema lotta dura e pura agli immigrati non tira più. E si sono rivelati un flop tutti i suoi attacchi al ministro Lamorgese. Dà troppo spesso l’impressione di soffrire la crescita della Meloni. I sondaggi di fine anno per la Lega non sono buoni ma neanche troppo male. La partita del Colle può essere la sua rivincita dopo un 2021 piuttosto negativo. 
Il voto a Salvini è 5 e mezzo. 

Matteo Renzi 

Il “Bomba” può prendere  10 in pagella se il suo candidato -ma chi sarà? - andrà al Colle. Con Mattarella il capolavoro gli riuscì. Con l’operazione Draghi a Chigi si è confermato super professionista nei giochi della politica di Palazzo. In più ha tenuto il suo gruppo di una quarantina di parlamentari e se chiude l’accordo al centro con Toti ha una squadra di una ottantina di voti che peseranno nella scelta del prossimo Capo dello Stato. Non giova alla sua immagine la doppia identità di uomo d’affari e di politica ma una legge che impedisca questo cocktail non c’è e Renzi va avanti sulla sua strada in maniera imperturbabile. Conta poco (oltre che a livello elettorale) nel governo Draghi ma mai ha protestato dicendo: SuperMario a Chigi l’ho messo io e deve farmi pesare di più. Nessuna lagna. Le truppe in Parlamento le ha ancora, e qualsiasi ipotesi centrista deve passare da lui per nascere. Ha eliminato i toni e i temi da leader populista, resta una spina nel fianco del Pd (ma se si andrà a votare Italia Viva senza innesti o supporti sparirà) e nella lotta alla pandemia non ha sbagliato un colpo (esempio: è per l’obbligo vaccinale).
Il voto a Renzi è 6 e mezzo.

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