Pd, Minniti si ritira. Renzi accelera sul partito

Giovedì 6 Dicembre 2018 di Nino Bertoloni Meli
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Pd, Minniti si ritira. Renzi accelera sul partito

«Doveva ritirarsi già una settimana fa, quando Renzi non gli ha dato quel che chiedeva». A tarda sera, sul filo del telefono, lo sfogo di Enzino Amendola con un ex compagno di partito fotografa la situazione dell'entourage minnitiano a decisione presa e ponti rotti. Marco Minniti si ritira dalla corsa delle primarie del Pd, non è più candidato dell'area riformista e dei renziani che vorrebbero rimanere nel partito, si tira fuori, non aspira più a correre per la segreteria in competizione con Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che al momento sembrano avere campo libero per assurgere alla poltrona più alta del Nazareno.

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Perché sembrano? Per il motivo che nella corsa congressuale dei dem non ci saranno più né Matteo Renzi né buona parte dei renziani, che ormai veleggiano verso altri lidi, separati, distinti e distanti dal Pd, e non è ancora facile immaginare che cosa diventerà un Pd senza più Renzi. Tutto si decide in un lungo vertice a tre: da una parte Minniti, dall'altra Guerini e Lotti in rappresentanza renziana. Il candidato, che è ancora tale, chiede delle cose precise: un documento nel quale si dica chiaro e tondo che lui, Minniti, è l'unico candidato alla segreteria di tutta quell'area, e su questo nessun problema, fanno sapere gli interlocutori; ma quando Minniti chiede che tutti i parlamentari che lo sostengono sottoscrivano non solo la candidatura, ma che «non esistono altri progetti al di fuori o paralleli al Pd», Guerini e Lotti chiedono tempo: «Ti faremo sapere».
 


L'ex responsabile del Viminale non è nato politicamente ieri, sa, vede, capisce che è in corso d'opera da tempo un disimpegno renziano rispetto al Pd accompagnato da un super attivismo per fondare qualcos'altro, i comitati civici et similia, sente, vede discorsi del tipo «il Pd non basta più», «la sinistra ormai è al lumicino ovunque», e ne ha tratto le conseguenze. «Non mi occupo del congresso del Pd», fa sapere Renzi in mattinata. «O decidi ad horas o ci orientiamo altrimenti», l'aut aut di Giacomelli. Poi, quando Guerini e Lotti lo cercano, sanno che l'ex leader dem si trova a Bruxelles proprio per tessere la tela della nuova formazione, e lì gli parlano. Renzi, accompagnato dal fido Gozi teorico da tempo dell'andare «oltre il Pd», ha incontrato in giornata la liberale olandese Marghrete Vestager, Ciudadanos spagnola e soprattutto esponenti macroniani, oltre ad avere visto Juncker e Moscovici. «L'obiettivo è creare un fronte anti sovranista largo, per il quale il solo Pse non basta più», ha spiegato Gozi. Gira pure voce, smentita dagli interessati, che sarebbe pronto il logo della nuova formazione, la scritta Lib-dem con altri richiami di vari colori ma niente rosso nel simbolo.

LE ACCUSE
Una separazione, al momento, assai poco consensuale. Nel suo addio, Minniti non è tenero. Dice che «ormai Renzi non investe più sul Pd», aggiunge che «dai suoi non è venuta una convinta adesione», avverte che non favorirà operazioni fuori dal Pd, e per questo si ritira. «Ora restano in campo solo candidati ex Ds o Pds, il fatto che non ci sia neanche un cattolico certifica che questo Pd è finito», avverte Beppe Fioroni.

Andrea Orlando, avversario storico di Renzi, prima ironizza: «Non si era mai vista una scissione a sinistra per fondare il Pli», poi spiega: «In Europa per fermare i sovranisti il Pse non basta? Ok, ma non puoi proporre l'alleanza con Ciudadanos, quelli in Spagna sono avversari dei socialisti. Renzi usa la vicenda europea per favorire il suo progetto di un nuovo partito». Chiosa Carlo Calenda: «Renzi è un senatore del Pd ma si candiderà con un suo partito. Minniti è candidato alla segreteria indipendente da Renzi ma si ritira perchè non ha l'appoggio di Renzi. Bello. Altre idee?».

Ultimo aggiornamento: 11:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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