Maurizio Stirpe, vice di Confindustria: «Basta giocare con la Capitale, ne risente l'intero Paese»

Maurizio Stirpe, vice di Confindustria: «Basta giocare con la Capitale, ne risente l'intero Paese»
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Venerdì 26 Aprile 2019, 07:32

Sono il sale del calcio, e lo sa bene. Ma i derby nel governo sulla pelle di Roma proprio non vanno giù a Maurizio Stirpe, patron del Frosinone, leader nel settore dell'automotive e soprattutto vicepresidente di Confindustria. Tanto che ammette di aver assistito - «perplesso e preoccupato» - al balletto sulla gestione del debito della Capitale, un pasticcio che si lega alle spine dell'Autonomia differenziata, altra spada di Damocle sulla Città eterna. Il ragionamento di Stirpe è arioso e alla fine poggia su un'amara considerazione: la mancanza di elementi unificanti in un Paese che indossa le sciarpe da tifosi per qualsiasi cosa: dal riconoscimento dell'importanza della Capitale al 25 Aprile.

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Stirpe, alla fine nel decreto Crescita non c'è il Salva-Roma: cosa ne pensa di questo epilogo?
«Penso che le intenzioni e il metodo adottato dal Comune di Roma su questo argomento siano stati condivisibili: diminuire il costo del debito storico del Campidoglio con una rinegoziazione dei mutui con le banche, abbassando le addizionali Irpef erano una mossa apprezzabile. Purtroppo da quanto ho letto e saputo la vicenda si è inserita in un dibattito molto più largo all'interno dell'esecutivo».
Ha avuto la meglio la linea della Lega di Salvini: basta fondi, o meglio agevolazioni a Roma. Condivide l'affermazione del vicepremier non esistono Comuni di serie A e di serie B?
«Io rigiro la questione: Roma, la Capitale, non ha abbastanza risorse per il ruolo che le funzioni che svolge in un Paese moderno come il nostro. D'altronde basta fare un confronto con le buone pratiche degli altri Stati. Mi duole dirle ma è una discussione pretestuosa».
Perché?
«Gli altri Comuni devono potere rinegoziare i debiti? Certo che sì, ma non si possono fare paragoni con Roma dove c'è, unico caso in Italia, una gestione commissariale».
Da osservatore come giudica questa posizione così intransigente di Salvini su Roma nonostante le ambizioni della Lega sul Campidoglio?
«Si tratta di un controsenso, evidentemente mi sfuggono degli elementi. E comunque non voglio entrare nell'opportunità politica di queste scelte. Mi limito a registrare la situazione e spero che il parlamento possa sbloccare e modificare il provvedimento affinché si arrivi a una gestione ordinaria del debito capitolino. Mescolare la Capitale con le altre città, questo voglio ribadirlo, non è corretto. Stiamo parlando della vetrina del Paese e del ruolo che le va riconosciuto».
Ma soprattutto questa narrazione, o come si dice oggi
storytelling, non alimenta la sfiducia degli investitori a Roma e dunque in Italia?
«Già. Dall'inizio della crisi economica del 2008, la nostra Capitale sta perdendo peso politico ed economico e purtroppo non c'è un ceto dirigente in grado di rappresentarla. In questo scenario assistiamo ormai da dieci anni a un progressivo depauperamento del tessuto sociale ed economico. Se Roma non riesce più ad aggregare e a raccogliere istanze dall'esterno ne risente tutto il Paese».
È ancora preoccupato per gli effetti dell'autonomia differenziata?
«Spero che sulla pelle di Roma non si faccia il classico gioco a somma zero. Il ragionamento sull'autonomia o viene fatto su tutti i territori d'Italia o altrimenti i provvedimenti a geometrie variabili che creano diseguaglianze non vanno bene. In questo momento già facciamo una fatica dannata per tenere insieme i pezzi del Paese, se in una situazione del genere accendiamo anche una miccia che spacca l'Italia è la fine. In questi momenti provo nostalgia».
E di cosa?
«Degli Anni 50 e 60, quando c'era un concetto di coesione diverso in grado di spingere gli investimenti nel pubblico e nel privato».
Ma è possibile che nel 2019 Roma non sia ancora un fattore unificante dell'Italia?
«No. Ma purtroppo ogni volta che c'è una crisi economica riemergono queste prese di posizioni territoriali con annessi i dubbi sul ruolo di Roma all'interno del Paese».
Oggi è il 25 Aprile. E nemmeno su questa data c'è unità.
«La festa del 25 Aprile, per me che non ho vissuto la guerra, dovrebbe essere un momento di riflessione contro tutti i totalitarismi a prescindere dal colore politico. Valori condivisi, ma anche su questo c'è una divergenza. Purtroppo».
Simone Canettieri
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