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Matteo Salvini, il retroscena: leghisti in pressing per rompere con Di Maio e lui apre

Sabato 13 Luglio 2019 di Alberto Gentili
Matteo Salvini, il retroscena: leghisti in pressing per rompere con Di Maio e lui apre

Tutti, o quasi, danno ormai per archiviato lo scenario che porta alle elezioni in settembre. Eppure, nella Lega è sempre più forte il pressing su Matteo Salvini per rompere con i 5Stelle e andare all'incasso. «Il problema di Matteo», spiega uno dei suoi più stretti collaboratori, «è dover gestire una squadra stanca e logorata dai battibecchi quotidiani con i grillini. Ministri e sottosegretari sono ormai all'esasperazione. Vedono la Lega crescere nei consensi e chiedono a Salvini di rompere per prenderci palazzo Chigi da soli, senza avere più Di Maio e soci tra i piedi. Tanto più che quelli, appena avranno fiutato che non c'è più il rischio-elezioni, torneranno a fare i pazzi».

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Il vicepremier leghista, che ieri ha minacciato la crisi sul decreto sicurezza bis e convocato Pontida per il 15 settembre, però resiste. Anche in queste ore difficili, in cui la vicenda dei presunti finanziamenti da Mosca l'hanno innervosito, allarmato e anche indebolito, Salvini a chi gli chiede le elezioni risponde: «Per prima cosa c'è da capire se davvero Mattarella ci manderebbe a votare, o se in Parlamento invece salterebbe fuori un fetido governo tecnico, se non politico 5Stelle-Pd-Forza Italia. Eppoi, come dimostrano i sondaggi, l'esecutivo con i grillini ci fa guadagnare punti e non voglio assumermi la responsabilità di far cadere un governo che piace agli italiani. I rapporti con Conte? Sono buoni, qualche volta ha sbandato verso i 5Stelle, ma riusciamo sempre a trovare un punto di caduta. E ora i problemi maggiori per lui, come per me, arrivano dalle faide tra i grillini».

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Però, siccome non sono solo i ministri lumbard a essere esasperati - anche Giancarlo Giorgetti e i governatori di Lombardia e Veneto Attilio Fontana e Luca Zaia non ne possono più dell'alleanza giallo-verde - Salvini prova a calmare gli animi garantendo che «la partita non è ancora chiusa»: «Non è vero, come si scrive, che la finestra elettorale per votare in settembre si chiude il 20 luglio, si può arrivare a fine mese e andare comunque alle elezioni a settembre», prima che si apra la sessione di bilancio. Così, come nei mesi scorsi, i generali e colonnelli leghisti trattengono il fiato. Sperano - l'hanno fatto anche ieri - che Salvini stacchi la spina. «Se aprirà la crisi», dice un altro alto dirigente lumbard, «Matteo non lo farà però sull'autonomia, che ci farebbe perdere voti al Centro-Sud. Se crisi sarà, sarà sulla flat tax. Cosa c'è di meglio di andare alle elezioni cavalcando una campagna sul taglio delle tasse e contro l'Europa arcigna e austera?!».
 

 

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Nulla. Non a caso Salvini, che vede esaurirsi il tema dei migranti che finora l'ha premiato in termini di consensi, ha deciso di trasformare la settimana prossima in un grande palcoscenico per il lancio della flat tax. Lunedì mattina incontrerà, rubando il lavoro al premier Giuseppe Conte, le parti sociali «per una giornata di ascolto, confronto e proposta per la crescita del Paese». E la crescita, secondo il vicepremier leghista, passa appunto «attraverso il taglio delle tasse». «Se Conte e Di Maio dovessero mettersi di traverso», incrocia le dita un ministro lumbard, «Matteo questa volta potrebbe rompere davvero. Se può frenarlo la vicenda dei presunti fondi dalla Russia? Queste cose piacciono solo ai politici e ai giornali, la gente se ne frega».


Matteo Salvini

Ciò che è certo è che anche ieri, a sentire i 5Stelle, Salvini «ha fatto di tutto per mascherare il caso-rubli, creando ad arte uno scontro inesistente sul decreto sicurezza e si è messo ad attaccare perfino l'Appendino per la questione del Salone dell'auto. Per questo gli abbiamo detto di prendersi una bella valeriana».

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Inquieto, si diceva, è anche Giorgetti. E non solo per l'alleanza con Di Maio. Il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio è stato scelto da Salvini per andare a fare il commissario europeo alla Concorrenza. Ma resiste. Mercoledì, a causa del cordone anti-sovranista, sono stati impallinati al Parlamento europeo tutti i candidati della Lega alla presidenza e alle vicepresidenze delle commissioni di Strasburgo («ci escludono, questo è razzismo», è sbottato il vicepremier) e Giorgetti non vuole fare la fine che toccò a Rocco Buttiglione. Così, prima di dire sì, chiede garanzie: per diventare commissario Ue serve infatti il sì della commissione competente. Il nuovo ministro all'Europa, Lorenzo Fontana, ci sta lavorando.
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