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La ministra Mara Carfagna: «Su assistenza e asili nido stop al divario con il Nord»

La ministra Mara Carfagna: «Su assistenza e asili nido stop al divario con il Nord»
di Umberto Mancini
5 Minuti di Lettura
Giovedì 17 Giugno 2021, 00:07

«Bisogna colmare subito il divario tra Nord, Sud e aree interne del Centro Italia sul fronte dei degli asili nido, della sanità, dei trasporti, delle infrastrutture, stabilendo per legge i livelli minimi di prestazioni sociali, visto che da 20 anni l’indicazione della Costituzione non è stata mai attuata». Mara Carfagna, ministra per il Sud e la Coesione territoriale va dritta al cuore del problema. «Perchè - dice in questa intervista al Messaggero - non intervenire è un vero sfregio alla democrazia. E’ inaccettabile che ci sia una spesa sociale che offre 55 euro l’anno a chi nasce a Reggio Calabria e 177 a chi nasce a Verona». 


Sta di fatto ministra che l’impasse sul fronte dei Lep, i livelli minimi delle prestazioni, dura da decenni, creando enormi diseguaglianze, penalizzando i cittadini che nascono in determinate zone del Paese, mantenendo il divario nel Paese.
«Stiamo lavorando, insieme al ministro Orlando, alla ministra Bonetti e alla vice ministra Castelli per cambiare le cose con un provvedimento di legge organico, partendo proprio dagli asili nido. Poi ci occuperemo di assistenza, sanità, trasporti, disabilità. Bisogna mettere fine all’egoismo localistico degli uni contro gli altri e alla cristallizzazione delle discriminazioni per residenza».


Attualmente prevale ancora il principio della “spesa storica” che in pratica significa che i Comuni che storicamente ricevono più fondi e spendono di più per i servizi sociali andranno sempre avanti, mentre chi non è in grado di fornire servizi proprio perché non ha risorse o ne ha poche resta indietro. Un meccanismo infernale che si fa fatica a modificare?
«Vero. E’ sotto gli occhi di tutti che in Italia le persone non godono degli stessi diritti e dunque delle stesse prospettive per il futuro, ma sono fortemente condizionate dalla latitudine in cui sono nate o dove si trovano a vivere. Voglio fare una battaglia per cambiare questo stato di cose. Nascere al Sud o nelle aree interne del Centro è una sorta di peccato originale che viene scontato con un minor accesso a servizi essenziali come l’istruzione, la mobilità, l’assistenza».


Pensa ad un decreto legge per velocizzare i tempi?
«Presenterò un disegno di legge al Consiglio dei ministri, se il Cdm lo riterrà opportuno la riforma si potrà fare attraverso un decreto legge. Di certo vanno colmate inaccettabili e storiche diseguaglianze, approfittando, tra l’altro, degli ingenti fondi del Recovery per l’edilizia scolastica, la scuola, la sanità, i trasporti».


Partirete dalla scuola?
«Questo è il mio impegno. L’Europa ci dice che il 33 per cento dei bambini deve avere un posto negli asili nido. Al Sud Italia siamo invece al 13 per cento, nelle Isole al 13,8 per cento, al Nord Est al 33,6, al Centro al 33,3. Una situazione che va riequilibrata con urgenza».


Bisogna recuperare terreno anche sul fronte dei servizi sociali?
«La situazione è difficile in molte aree del Paese non solo nel Mezzogiorno che comunque soffre più di tutti. Penso ad esempio alla spesa annua media sociale a Città di Castello che è di 49 euro pro capite, a Pontecorvo, vicino a Frosinone, di 39 euro, a Todi di 49,3 euro. Non avere servizi penalizza poi soprattutto le donne: una su due al Sud non lavora proprio perché ci sono pochi asili nido e non si può ovviamente trascurare la famiglia».


C’è però anche la questione del reddito di cittadinanza: in molti preferiscono l’assegno di Stato che cercare o accettare un lavoro. Come sa è saltato un emendamento dei 5Stelle, ma ben visto anche al Tesoro, che puntava a imporre ai percettori del Reddito di accettare anche i lavori stagionali pena la decadenza. E proprio al Sud c’è grande richiesta di stagionali. Tanto più adesso che si è aperta la stagione estiva e il turismo richiede manodopera.
«Guardi il fatto che proprio i 5Stelle abbiano presentato la proposta dimostra che hanno capito che è necessario cambiare passo, che questo strumento non funziona. Bisogna a mio avviso separare l’assistenza, decisiva dopo la pandemia per aiutare tante persone in grave difficoltà, dalle politiche attive per il lavoro. Credo che il cambiamento al vertice dell’Anpal vada in questa direzione. Il modo migliore per creare lavoro non è con il reddito, ma è quello di consentire alle aziende di operare in un habitat favorevole. Grazie alle semplificazioni, alla riforma della giustizia, alla concorrenza». 


La scorciatoia del Reddito potrebbe essere resa più complicata anche aumentando i controlli, creando disincentivi come quello proposto sul fronte del lavoro stagionale.
«Il reddito è utile per le fasce deboli della popolazione, per affrontare la crisi. Ciò detto vanno poi aumentati i controlli proprio per evitare di creare discriminazioni anche peggiori: l’assegno è andato a delinquenti, camorristi, mafiosi e molti furbetti. Serve uno sforzo corale per dare una svolta».


E’ ottimista sulla capacità del governo di varare la riforma dei Lep, i livelli minimi delle prestazioni sociali, attesa da 20 anni? 
«Personalmente non intendo rassegnarmi allo sguardo dell’abitudine. Sanare le diseguaglianze è il compito su cui si misurerà l’attuale classe dirigente, dai vertici del governo al sindaco del più piccolo dei Comuni meridionali. Abbiamo le risorse, abbiamo - finalmente - la solidarietà europea e avremo a breve un complesso di riforme che consentirà di agire con velocità. Conseguire i risultati che il Sud e tutta Italia attendono non è una mera opportunità, ma un obbligo democratico, e dobbiamo sentirlo come tale. Io naturalmente farò la mia parte e spero di poter sull’aiuto di chiunque ha responsabilità pubbliche e istituzionali». 
 

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