L’arma spuntata/ La voce strozzata della Ue

Mercoledì 17 Ottobre 2018 di ​Giulio Sapelli
«Se accettassimo il derapage (la deviazione)» previsto dalla manovra rispetto alle regole europee «alcuni Paesi ci coprirebbero di ingiurie e invettive con l’accusa di essere troppo flessibili con l’Italia». Così ieri diceva il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker parlando con i giornalisti italiani a Bruxelles. E aggiungeva che non vi era odio alcuno verso l’Italia (e ci mancherebbe altro!), ma che, in definitiva, ciò che si temeva era che si aprisse una sorta di cornucopia del rancore, della esasperazione da parte degli altri paesi europei contro l’Italia.

Scatenando così una serie di reazioni incontrollabili. Non fa piacere ascoltare dichiarazioni di questo tipo. Disvelano il volto di un’ Europa dove si sta l’un contro l’ altro armati accompagnando la religione della tecnocrazia alla religione del dare e dell’avere, che ha fatto dimenticare il principio di reciprocità.

Ancora una volta ecco emergere il cuore della disfunzionalità delle regole europee: il non riconoscere le differenze, le tipicità storiche e quindi economico-sociali delle nazioni europee. Non è possibile applicare le stesse regole costrittive a realtà tanto diverse che affondano le loro radici nella forza stessa dell’ Europa come civilizzazione: il suo pluralismo, il suo essere crogiuolo di culture diverse e che hanno fatto della loro specificità l’ unicità dell’ Europa nella storia mondiale. E veniamo a Juncker. Ciò che egli implicitamente ammette con le sue parole è che la richiesta italiana di forzatura della rigida regola europea non è un problema in sé, ma lo diventa per lui presidente della Commissione Europea nel momento in cui dovesse trovarsi di fronte ad una alzata di scudi da parte degli altri parner europei. Come dire, ho difficoltà a gestire tutto questo anche se capisco le vostre esigenze.

Insomma, siamo davanti ad un atteggiamento che difficilmente porterà ad una procedura di infrazione contro l’Italia. E ciò anche per un’altra semplice ragione: siamo ormai in piena campagna elettorale per le europee che si terranno in primavera. E gli ukase della Commissione di fatto risultano depotenziati dalla caratura politica dei membri che oggi la compongono, a tal punto che potrebbero essere accusati di voler fare - come fanno - campagna elettorale sulla pelle di uno dei Paesi membri. Insomma, la voce di Bruxelles appare decisamente strozzata e assai più flebile di quanto si voglia far credere.

L’ Italia è un grande nazione manifatturiera, è una potenza di medio raggio nel Mediterraneo: area strategica più che mai per la Ue. Ma mentre occorre rivendicare dinanzi alla tecnocrazia europea la distintività italiana, non bisogna, d’ altro canto, dimenticare che a fondamento, oggi più che mai, della capacità governativa di negoziare con le regole del financial compact e della rigidità algoritmica, sino a superarle , un giorno , con il consenso, deve stare l’ efficacia di una manovra governativa che deve produrre crescita nel tempo più breve possibile. E’ la crescita la bussola e non la possibilità di fare deficit o debito. Il debito è una necessità temporanea e da superare attraverso lo sviluppo. Ciò che gli investitori premiano è l’ abbassamento del debito, oppure la sua crescita temporanea a fronte di una decisa e precisa manovra adatta a stimolare la crescita economica. E per stimolare la crescita economica la via più sicura è quella degli investimenti, creando il clima adatto a favorirli, con una decisa riforma della pubblica amministrazione che abbia come base la de -legiferazione e lo snellimento burocratico senza infingimenti e senza incertezze, operando fin da subito. Così come sin da subito occorre perseguire una riforma della giustizia su cui Carlo Nordio, su queste pagine, ha detto tutto quel che si deve dire secondo quei principi liberali che ci ispirano tutti. Sono queste, oltre alla riforme fiscali che si stanno per mettere in atto, le basi di fondo con cui si deve dialogare con gli attori che operano sui mercati e comprano il nostro debito così come investono nel nostro paese. Mario Draghi ha invitato giorni or sono,(ma lo fa continuamente) alla negoziazione, alla ragionevolezza. Deve esservi ragionevolezza da ambo le parti: dalla cuspide tecnocratica che noi Italiani né controlliamo né influenziamo come vorremmo e dovremmo (se alle questioni europee avessimo dedicato più energie e capacità!), così come dalla parte del governo che si deve impegnare in una opera diretta a realizzare non solo gli immediati benefici elettorali alle platea di riferimento ma quel cambiamento e quella discontinuità che sono state promessi e che questa manovra non garantisce affatto, con il suo respiro di breve periodo e la continuità che mantiene con il passato.
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