Un’altra maggioranza: la tentazione dei partiti dopo il voto per il Colle

In seguito all’elezione del capo dello Stato l’assetto di governo può diventare un rebus

Un altra maggioranza: la tentazione dei partiti dopo il voto per il Colle
di Marco Conti
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Lunedì 15 Novembre 2021, 01:21 - Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 08:36

La proposta di mettere intorno ad un tavolo i leader della maggioranza per discutere e proteggere la manovra di Bilancio, avanzata da Enrico Letta, è stata apprezzata da tutti e serve a vedere quanto presa hanno i leader sui rispettivi gruppi parlamentari. 

Il successore di Mattarella


Più complicato pensare che l’iniziativa possa ripetersi quando verrà il momento di votare in Parlamento il successore di Sergio Mattarella. Non solo per l’assenza a quel tavolo del partito di Giorgia Meloni, ma perché sinora nessuno dei candidati sembra in grado di poter andare oltre la parte che in qualche modo li ha espressi. Tutti tranne Mario Draghi che però molti sperano resti al suo posto, in modo da non aprire un problema che per i leader dei partiti di maggioranza è diventato, ora, politicamente più complicato della scelta del nuovo Capo dello Stato. L’incognita che agita i sonni di Letta, Conte, Salvini, Renzi, Berlusconi, e anche della stessa Meloni, è con quale maggioranza e quale premier andrà avanti la legislatura qualora Draghi dovesse succedere a Mattarella.


Il nodo è difficile da sbrogliare e ha assunto le fattezze di un macigno soprattutto dopo che nel dibattito politico hanno perso decisamente quota due argomenti. Ovvero la possibilità che Mattarella si dia disponibile ad un nuovo mandato, bloccando di fatto Draghi, e che senza l’ex presidente della Bce a Palazzo Chigi si andrebbe inevitabilmente al voto anticipato. Sul primo è intervenuto di recente, e di nuovo, il diretto interessato citando Giovanni Leone. Sul secondo potrebbe bastare la recente considerazione di Renzi («nemmeno Godzilla riuscirà a far terminare in anticipo la legislatura»), se non ci fossero le dichiarazioni di tutti i leader che a vario modo sono intervenuti sul tema soprattutto con lo scopo di rassicurare i rispettivi gruppi parlamentari. Giuseppe Conte, neo leader del M5S, di recente ha persino dovuto convocare una riunione ad hoc dei gruppi grillini entrati in fibrillazioni dopo alcune dichiarazioni giudicate non del tutto chiare. 


Nello scenario di un Draghi al Quirinale, per i leader dell’attuale maggioranza si pone il problema di mettere insieme una nuova maggioranza che potrebbe risultare diversa dall’attuale. Stavolta il loro compito non potrà limitarsi nel dire “sì” ad un governo “assemblato” altrove. Sulla carta, di fronte ad un Parlamento slabbrato con la maggior parte degli eletti che hanno la certezza di non tornare a seguito del taglio o dei rovesci elettorali dei partiti di appartenenza, non dovrebbe essere difficile mettere insieme una maggioranza. Molto meno facile comporla in modo che non appaia come il tentativo per assicurare la pensione a tutti gli uscenti e avviare una lunga campagna elettorale. Malgrado l’attuale legislatura abbia ampiamente dimostrato che i due tradizionali schieramenti non esistono - al punto che abbiamo avuto tre governi sorretti da maggioranze completamente diverse da quelle proposte alle elezioni del 2018 - non sarà facile per Letta, Conte, Salvini o Berlusconi archiviare la logica delle alleanze, centrodestra-centrosinistra evitando che nel Pd riprendano quota i profeti della maggioranza “Ursula” e nella Lega quelli che vorrebbero andare all’opposizione.


E’ per questo che nel Pd si fa strada l’idea che - qualora Draghi dovesse lasciare Palazzo Chigi - nei compiti della nuova maggioranza dovrà entrare anche la modifica della legge elettorale e, magari, anche di un mini pacchetto di riforme costituzionali, così come peraltro promesso dai dem al momento del taglio dei parlamentari. L’eventualità di un Draghi al Quirinale finisce con lo scaricare sui partiti la responsabilità dell’ultimo anno di legislatura e affida ai leader il compito di gestire gruppi parlamentari che, con l’avvicinarsi del voto, saranno sempre più difficile da controllare. E se Draghi - qualora dovesse decidere di succedere a Mattarella - ha il peso, la statura e la credibilità per contenere i franchi tiratori e rassicurare anche i più preoccupati, ai segretari dei partiti spetta il compito di evitare che l’ultimo scorcio di legislatura si trasformi in un pantano nel quale potrebbero rimanere invischiate le riforme del Pnrr. Alla prova generale della capacità di controllo dei gruppi, Letta ha chiamato tutti in vista del voto sulla manovra di bilancio. L’unico che però sinora non ha risposto è stato Giuseppe Conte, leader del MoVimento, che ha il maggior numero di parlamentari. 
 

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