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Draghi oggi alla camera, nel M5S, scissione solo rinviata. Grillo tentato di affidare la campagna a Raggi e Di Battista

Lo strappo del centrodestra ricompatta i grillini. Conte rivendica la crisi: Draghi sprezzante. Ma la leadership è a rischio

M5S, scissione solo rinviata. Grillo tentato di affidare la campagna elettorale a Raggi e Di Battista
di Caris Vanghetti
5 Minuti di Lettura
Giovedì 21 Luglio 2022, 00:09 - Ultimo aggiornamento: 11:26

Il giorno del giudizio per il Governo guidato da Mario Draghi non si è trasformato nel big bang del Movimento 5 Stelle. La spaccatura creata nei giorni scorsi nei gruppi parlamentari pentastellati, divisi sul votare o meno la fiducia all’esecutivo, con i ministri grillini, il capogruppo alla Camera e circa 30 o 40 tra deputati e senatori pronti a votare la fiducia a Draghi in dissenso dal proprio partito, si è risolta in una bolla di sapone. Almeno per ora. Infatti la decisione di Lega e Forza Italia di non votare la mozione di fiducia al presidente del Consiglio ha consentito anche ai Senatori del Movimento 5 Stelle di non andare alla conta nell’Aula di Palazzo Madama, e così di evitare di scatenare la scissione dei governisti. 

Crisi di nervi

Certamente nessuno dei nodi che hanno portato il partito di Beppe Grillo sull’orlo di una crisi di nervi è stato sciolto, ma la mancata partecipazione al voto che avrebbe certificato la spaccatura continuerà a pesare come un macigno sugli equilibri interni dei pentastellati. Ieri il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, per tutto il giorno ha evitato di farsi vedere e di rilasciare dichiarazioni, nel tentativo di far ricadere sulle spalle della Lega e di Forza Italia la responsabilità della fine del governo Draghi (che peraltro ha ottenuto la fiducia, ma con un risultato talmente esiguo da aver spinto Draghi ad andare al Quirinale per dimettersi). Salvo presentarsi in serata davanti alle telecamere per scaricare su Draghi l’epilogo della giornata, definendo il suo «un atteggiamento sprezzante» e accusando gli ex alleati: «Siamo diventati il bersaglio di un attacco politico, siamo stati messi alla porta, non c’erano le condizioni perché potessimo continuare».

Conte: «Draghi sprezzante, M5S messo alla porta: non c'erano le condizioni per proseguire»

Un piccolo successo per l’ex premier pentastellato che nei giorni scorsi aveva visto ribollire pericolosamente il suo partito e che punta ad andare rapidamente ad elezioni prima che i consensi del Movimento 5 Stelle continuino a ridursi. Ma per evitare che le conseguenze dell’uscita di scena di Draghi si trasformino in un boomerang elettorale per i grillini, il comportamento dei 5 stelle è stato ricalibrato. Ed è in quest’ottica che va letta la dichiarazione fatta, ieri, nell’aula di Palazzo Madama, dopo le comunicazioni di Draghi, dal senatore pentastellato, Ettore Licheri: «Voglio subito rassicurare che non troverete mai un 5 Stelle che sulla base di convenienze elettorale faccia cadere il governo, qualunque cosa possa accadere, siamo fatti così. Abbiamo sempre mantenuto una linea di assoluta responsabilità». Sulla stesa linea si è poi espressa in dichiarazioni di voto la capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, Mariolina Castellone, che ha sottolineato «Lei, presidente Draghi, aveva detto che un governo di alto profilo non deve identificarsi con nessuna forza politica. Mi permetta di dire che un governo di alto profilo non dovrebbe nemmeno schierarsi nettamente contro una forza politica, come invece è stato fatto». Poi tutti i senatori pentastellati hanno deciso di non partecipare al voto di fiducia, dichiarandosi «presenti non votanti». Un modo per cercare di separare le responsabilità dei grillini dalle inevitabili turbolenze economiche che investiranno l’Italia a partire dalle prossime ore. 

L’ALA CRITICA

Tutto tranquillo dunque in casa 5 stelle? Assolutamente no. L’ala critica con Conte, a partire dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Inca e dal capogruppo alla Camera, Davide Crippa, dovranno decidere come procedere prima di andare al confronto con Conte, sempre che Beppe Grillo non decida di rimettere subito mano alla leadership del partito. Infatti se l’ex premier pentastellato, l’uomo dei penultimatum (Grillo dixit) fino a quando la faccenda non gli è scappata di mano creando il casus belli per la defenestrazione di Draghi, poteva andare bene nella stagione in cui l’Italia era saldamente in mano all’ex presidente della Banca centrale europea, adesso in vista della campagna elettorale servono figure in grado di risvegliare la base grillina. Ai piani alti del Movimento si attende di vedere quali saranno le mosse dei governisti e quali saranno gli effetti economici causati dall’uscita di scena del presidente del Consiglio. L’idea di affidare la guida del partito di Grillo a Virginia Raggi e ad Alessandro Di Battista, per affrontare un vero ritorno alle origini che magari riesca a riscaldare i cuori dei tanti elettori che si sono allontanati in dissenso da molti provvedimenti adottati dai Governi Conte I e II, è un opzione più che concreta. Comunque i tempi non saranno brevissimi per nessuna delle varie correnti in cui è diviso il Movimento, perché a questo punto bisognerà prima attendere di capire la reale portata delle dimissioni di Draghi sull’economia, poi bisognerà commissionare i sondaggi e in base a quello mettere a punto le migliori strategie elettorali.

 

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