M5S, divorzio a suon di carte bollate da Casaleggio-Rousseau, che pensa a liste proprie alle comunali

M5S, divorzio a suon di carte bollate da Casaleggio-Rousseau, che pensa a liste proprie alle comunali
di Mario Ajello
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Sabato 10 Aprile 2021, 11:09 - Ultimo aggiornamento: 11:12

Hanno stanziato, sulla carta, un budget di non più di 10mila euro al mese per l’affitto della sede di M5S - il primo quartiere generale non virtuale del movimento ormai sul punto di diventare partito tradizionale come gli altri - al centro di Roma, a ridosso di via del Corso. «Avremo anche noi le nostre Botteghe Oscure - dice uno dei big - ma non dovranno esserci l’oscurità e l’arbitrio con cui la Casaleggio Associati  gestiva la nostra comunità». Conte il leader in pectore, che oggi vede i senatori e domani i deputati in due assemblee via Zoom, ha deciso che i parlamentari non daranno più l’obolo, che in verità non hanno dato quasi mai, a Davide Casaleggio ma verseranno 2.500 euro mensili direttamente al loro partito per pagare tutte le spese, compresa quella della sede nazionale a Roma e delle sedi locali dove si ha la forza politica oltre che finanziaria di stabilirle. «La rivoluzione costa», è il mantra del nuovo corso grillino Conte. Il quale non è riuscito a garantire, come Grillo sperava, un divorzio soft con Casaleggio - che vuole 450mila euro non versatigli in questi anni dai parlamentari a dispetto del contratto-capestro che era stato firmato per usufruire dei servizi digitali di Rousseau, e il leader e avvocato andrà in causa con Casaleggio se il figlio del fondatore non si accontenta, e proprio non sembra intenzionato a farlo,  di un risarcimento di 120mila euro. 

Carte bollate

Ecco, con Casaleggio si è alle carte bollate. E al disprezzo più assoluto, in barba ai sentimenti che ancora legano M5S alla memoria di Gianroberto ma non si estendono alla sua progenie. Vito Crimi è spietato: «Rousseau? Va bene pure Pascal o Cartesio. A noi servirà una piattaforma web ma non esiste soltanto quella di  Rousseau». Insomma discorso chiuso, divorzio non amichevole. Il problema è che parte del simbolo M5S è di proprietà di Casaleggio e la vendetta di Davide - insieme all’ex ministro Lezzi, a Morra presidente della commissione Antimafia, forse a Dibba e a tanti altri nemici del nuovo corso partitico e filo Pd voluto da Conte - sarebbe questa: presentare alle comunali di ottobre liste stellate anti-M5S, tutte tese a rivendicare la purezza del grillismo originario, che tra l’altro potrebbero confondere gli elettori e prendersi anche per questo voti che sarebbero andati al partito contiano. A proposito del quale grava da subito un dubbio: ma parlamentari che hanno rifiutato di pagare 300 euro al mese all’Associazione Rousseau perché dovrebbero dare 2.500 euro al nuovo partito? Li daranno? Troveranno scuse per non darli? «Vogliamo vederci chiaro», dicono tutti loro alla vigilia del doppio appuntamento di rifondazione del partito oggi e domani con Conte. E ancora: pagare questi soldi e non avere assicurata la riva duratura visto che Conte non ha smentito Grillo sul divieto del terzo mandato in Parlamento? Deroghe ci saranno naturalmente - impensabile che personaggi di peso e ormai diventati competenti come Di Maio restino al palo - ma quanti e chi saranno i fortunati o i meritevoli? A che questo dubbio angoscia gli attuali onorevoli.

Tutto ciò sta contribuendo a rallentare il lavoro preparatorio di Conte per il nuovo partito. Doveva essere varato  subito dopo Pasqua ma sta slittando alla fine del mese. A che perché l’ex premier deve muoversi con i piedi di  piombo. E scongiurare la possibile nascita di un M5S  bis comprendente i notabili messi fuori dalla regola del no al triplo mandato. Questo movimento alternativo, se dovesse nascere, finirebbe per competere alle politiche del 2023 con il partito di Conte e potrebbe fargli male. 

Quantomai soldi, la somma forfettaria di 2.500 euro che Conte ha stabilito sarà così suddivisa: 1.500 euro di restituzioni (per saldare almeno in parte il debito con Casaleggio) e 1.000 come contributo al partito. «L'obiettivo è consentire al Movimento di diventare un soggetto autonomo», dice Crimi in qualità di capo politico. Però nemmeno stavolta domina la concordia. Il nuovo sistema è già messo sotto accusa da gran parte dei parlamentari. Che accusano: «Ci chiedono soldi ma abbiamo ancora quasi 7 milioni di euro fermi sull'altro conto». Si riferiscono alle restituzioni versate sul vecchio conto ad hoc. Soldi per cui ad oggi non è stata decisa una destinazione. Con il nuovo meccanismo sparirà il portale Tirendiconto.it, secondo cui sono in ritardo con le restituzioni anche big come Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro.

Se è possibile, il problema politico e ancora più forte di quello finanziario. La nuova creatura di Conte come primo test si è dato quello delle elezioni comunali di ottobre. Mostrare in quella occasione segni di ripresa, non scendere sotto il 15 per cento in termini di voti al partito ma soprattutto piazzare alcuni sindaci insieme al Pd secondo quel patto strategico a cui sia Conte sia Letta stanno lavorando. Ma al momento, candidati comuni in rossogiallo non si trovano - il caso di Roma con la Raggi come “pietra di inciampo”  di questa alleanza è il più eclatante a che altrove la situazione è di separazione più che di coalizione - e la difficoltà di andare insieme tra i due partiti rischia di portare a un vicendevole fiasco nelle urne autunnali. Perciò Conte viene descritto in queste ore assai preoccupato per la leadership che ha deciso di prendere ma disseminata di insidie di ogni tipo e di buche ad ogni passo in cui rischia di precipitare.

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