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M5S a rischio scissione, ecco quanto "vale" il partito di Di Maio

Pentastellati spaccati in (almeno) due fronti

M5S a rischio scissione, ecco quanto "vale" il partito di Di Maio
di Andrea Bulleri
5 Minuti di Lettura
Venerdì 17 Giugno 2022, 12:03 - Ultimo aggiornamento: 14:27

Da una parte l’ex premier, Giuseppe Conte, ancora benedetto dai sondaggi sul gradimento personale ma azzoppato dalla batosta delle urne. Dall’altra il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, forte dell’insuccesso del primo alle amministrative di domenica e di una pattuglia di parlamentari che, assicura chi tiene il pallottoliere tra Montecitorio e Palazzo Madama, resta nutrita. Eccoli, i due contendenti sul campo del Movimento 5 stelle.

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M5S a rischio scissione


Distanti almeno dallo scorso gennaio, da quello scontro su chi mandare al Quirinale per il dopo Mattarella. In lotta alla luce del sole da 24 ore, da quando hanno convocato i giornalisti per darsele di santa ragione. Un botta e risposta al vetriolo («non eravamo mai andati così male al voto, non si può dare sempre la colpa agli altri», aveva cominciato il titolare della Farnesina; «dica se vuole fondare un altro partito», la replica di Conte), uno scontro che spacca in (almeno) due fronti i pentastellati.

Casaleggio

Oggi nella contesa si è inserito anche Davide Casaleggio: «Dopo la più pesante sconfitta elettorale della storia del Movimento con il 2,2% - attacca il figlio del cofondatore del M5s – mi ha sorpreso che nessuno abbia ancora chiesto un passo indietro a Conte. E ancora di più che Conte non abbia rimesso a disposizione la sua mono-candidatura». E ancora: «Credo sia il momento dell'esempio: il Movimento ha perso l'80% degli elettori rispetto alle comunali di 5 anni fa – va giù duro l’imprenditore – qualcuno dovrebbe assumersene la responsabilità, con i fatti».

I contiani

Eppure sono in molti, tra le file dei “contiani”, a credere che alla fine sarà Di Maio a lasciare il movimento di cui è stato il primo (e finora unico) capo politico. E magari a fondare una “cosa” sua. Quanto potrebbe valere? È quello che in queste ore si chiedono i parlamentari a lui vicini, tentati dall’idea dello strappo. Nei palazzi, il peso di un eventuale nuovo contenitore guidato dal ministro degli Esteri potrebbe essere rilevante: Di Maio, suggerisce qualcuno in Transatlantico, può fare leva sul sostegno di 60-70 tra deputati e senatori, compresi alcuni “contiani” delusi dall’ultima performance elettorale dell'ex premier. Per gli oppositori, invece, la fronda del ministro non va oltre la ventina: un numero neanche sufficiente per creare gruppi autonomi tra Camera e Senato.

I sondaggi

Non va meglio nei sondaggi, che suggeriscono come l’ex capo politico del M5s sia sceso di parecchie posizioni nel gradimento dei leader rispetto agli anni della scalata (mentre invece il rivale Conte svetta ancora in testa alla classifica dei capi partito). Che fare, dunque? Attendere tempi migliori o andare allo strappo, magari virando verso il centro? Le aperture, in questo senso, già si registrano: «Con il M5s del ministro Di Maio, Maio, europeista, atlantista, e solidamente ancorato al governo Draghi, farei subito un'alleanza», aveva scherzato (ma non troppo) il senatore Pd Andrea Marcucci. Più cauto invece il leader di Azione, Carlo Calenda: «Non mi fido». Molto, suggeriscono i maligni, dipenderà pure dall’esito della votazione della base grillina sul “terzo mandato”, ossia la possibilità di far ricandidare i “big” approdati agli scranni parlamentari quasi dieci anni fa, prevista per fine mese. Una vittoria dei “no” potrebbe assestare un’altra spinta in direzione scissione.

Beppe Grillo

E proprio su questo punto interviene Beppe Grillo con un post sul suo blog, firmato da “L’Elevato” e cripticamente intitolato «Il Supremo mi ha parlato». Obiettivo: stroncare l’ipotesi di un terzo mandato per gli stellati di lungo corso. Un messaggio che pare rivolto proprio a Di Maio. «Alcuni obiettano, soprattutto fra i gestori che si arroccano nel potere – scrive Grillo –, che un limite alla durata dei mandati non costituisca sempre l’opzione migliore, in quanto imporrebbe di cambiare i gestori anche quando sono in gamba: “cavallo che vince non si cambia” sembrano invocare ebbri di retorica da ottimati. Ciò è ovviamente possibile, ma il dilemma - conclude il Garante M5s - può essere superato in altri modi, senza per questo privarsi di una regola la cui funzione è di prevenire il rischio di sclerosi del sistema di potere, se non di una sua deriva autoritaria, che è ben maggiore del sacrificio di qualche (vero o sedicente) Grande Uomo».
 

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