Ilva, così affonda Taranto tra pifferai di partito e nemici dell'industria

Mercoledì 6 Novembre 2019 di Mario Ajello
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Ilva, così affonda Taranto tra pifferai di partito e nemici dell'industria

dal nostro inviato
TARANTO
A Taranto la chiamano «la lobby di quelli che ci vogliono chiudere». E anche a Roma va chiamata così. Si tratta della trimurti della de-industrializzazione in salsa green, politicamente corretta e socialmente devastante. Formata da 5Stelle, Pd e governatore pugliese Emiliano. Il quale è una sorta di demo-grillino ante litteram in cerca di rielezione e, mentre quaggiù 20mila persone tra acciaieria e indotto rischiano il presente e il futuro, lui spara alla sua maniera: «Se l'Ilva non fosse mai esistita, sarebbe stata una fortuna per il popolo pugliese».

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Non è vero affatto, naturalmente. Come sanno bene gli operai che entrano e escono dall'ingresso principale, il numero D, dell'immenso stabilimento - 13mila ettari e in confronto Bagnoli sembra una briciola ma La dismissione del celebre romanzo di Ermanno Rea sull'acciaieria napoletana potrebbe essere riprodotto da queste parti - e non parlano affatto bene della trimurti. Questa lobby grillo-dem, comprensiva del sindaco Rinaldo Melucci, che in nome di un malinteso senso ambientalista ha scelto l'irresponsabilità nel voto in Senato sullo scudo a Arcelor Mittal e in tutta la predicazione del governo regionale.

LA FUGA
Perfino un rappresentante della Fiom, il sindacato del massimalismo a vanvera, ricorda alla lobby grillo-dem la sua fuga dalla realtà sulla pelle dei pugliesi. Lui si chiama Peppe D'Ambrosio, giovane, brillante, dice: «Il Pd in Puglia finge di esistere ma non c'è. Esiste soltanto Emiliano e lui della nostra realtà non ha mai capito nulla. Brancola nel buio, dice stupidaggini. Sostiene che l'ex Ilva non solo dovrebbe chiudere ma nel frattempo dovrebbe funzionare a gas. Ma per favore...». Vi prende in giro la lobby? Si forma intorno a Peppe un piccolo gruppo di operai in questa che è la prima industria del Mezzogiorno e il più grande polo siderurgico in Europa in procinto di chiudere - dall'Italia si scappa - e già alcuni uffici cominciano ad essere deserti mentre le ciminiere sputano fumo chissà per quanto ancora. Spiegano gli operai: «Anche Di Maio non sa di che cosa parla quando parla di Taranto. Voleva chiudere l'acciaieria, è venuto fin quaggiù a dircelo e metà dei tarantini l'hanno votato per questo. Contro se stessi». Di nuovo D'Ambrosio: «Di Maio e Emiliano hanno unito le loro leggerezze. Il capo grillino, nella campagna elettorale 2018, è arrivato al rione Tamburi, s'è fatto impressionare dalle polveri di metallo e dal loro odore acre e malsano e ha detto: chiudiamo tutto».

Tra Roma e la Puglia, il combinato disposto del pressing di Emiliano e dei 5 stelle sul Pd ha funzionato spaventandolo e portandolo a una scelta dissennata. E capriola dopo capriola, adesso la capriola dem è quella di smarcarsi dalla decisione presa in Senato. Mentre il suo candidato governatore, Emiliano bis, non arretra e spera possa impadronirsi del consenso stellato che alle politiche 2018 qui era al 47 per cento, alle europee è sceso al 27,8 e adesso sarà poco o nulla ma sempre utile per chi se lo prende. E magari, più che Emiliano, se lo prenderà Salvini. «Se fosse il meno peggio...», così parlano di lui gli impiegati che di prima mattina entrano in fabbrica dalla portineria dell'area Tubifici. Qualche ingresso più in là, sono stati affissi alcuni manifesti anti-Salvini - che alle europee con il 25 per cento è arrivato secondo dopo i grillini ma prima dei dem con il 17 scendendo dal 36 - sul quale però qualcuno con il pennarello ha aggiunto: «Abbasso il Pd». E intanto, anche se viene da sorridere, l'ex ministra Lezzi sogna di diventare presidente della Puglia (con M5S ma forse post-M5S) e avrebbe fatto la manovra in Senato anche per guadagnarsi il plauso dell'elettorato che allo sviluppo predilige la decrescita (in)felice e la desertificazione industriale.

I GIOCHI POLITICI
I giochi politici impazzano ma Arcelor Mittal fa sul serio (già da oggi comincia a smobilitare) e gli operai che si preparano ad entrare, per il turno dalle 23 alle 7 del mattino, pregano: «Il 12 novembre dovrebbe arrivare lo stipendio. Stavolta arriverà?». Se non dovesse arrivare... La rassegnazione potrebbe diventare rabbia. Ora qualcuno bacia l'immaginetta di Padre Pio estraendola dal portafogli, qualcun altro prova a fidarsi di Conte: «È il governo che deve trattare con Arcelor Mittal. Il pasticcio l'hanno fatto loro e a loro tocca risolverlo», dice Angelo, 30 anni e tre figli, cassaintegrato a 900 euro al mese.

Ma è più forte lo scoramento che la speranza. Perché incombe su tutti loro un ritorno indietro alla civiltà bucolico-pastorale - a questo mira la lobby di cui sopra? - quella da cui grazie alla industrializzazione i loro padri e i loro nonni si erano emancipati ed erano diventati, secondo una espressione perfetta coniata negli anni 70 da Walter Tobagi, metalmezzadri. Ora dal metal si tornerà alla mezzadria in un eterno ritorno indietro a quando quaggiù i lavoratori dei campi prima di passare all'altoforno dicevano «la fame ci mangia»? Magari ci fossero ancora i campi. Finiti anche quelli, più o meno. E pensare che Guido Piovene, nel suo celebre Viaggio in Italia del 1956 definiva Taranto città di mare tersa e lieve, dall'aria cantabile.

IL FUTURO
Ora c'è chi si augura un futuro da cassaintegrato a vita. E Pino, dell'Acciaieria 2, non parla solo per Pino: «Se mi danno un indennizzo, andrò a pesca». Così la pensano non pochi dei derelitti del quartiere Tamburi o quelli del rione popolare Paolo VI che a suo tempo, quando fu progettato dal grande architetto Mario Oliveri, fu un gioiello di edilizia popolare. Ma nella città vecchia, al palazzo arcivescovile, il titolare della diocesi monsignor Filippo Santoro obietta: «Si sta radicando l'idea dell'auspicabilità di una cassa integrazione di 20, 30, 40 anni, come via d'uscita da questa situazione tremenda. Tutto questo non è sostenibile per i conti pubblici. E non è dignitoso. La persona si realizza nell'opera». Lo sanno anche gli operai o ex operai che ora stanno timbrando il cartellino - «Ma fino a quando?» - e invece sembrano saperlo molto meno quelli che dall'alto, in nome di una presunta modernità pseudo-ecologista e vetero anti-capitalistica, vogliono ricacciare indietro il Mezzogiorno nel pozzo nero della sua maledizione: assistenzialismo-assistenzialismo-assistenzialismo.

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