Con Bruxelles si tratta sui tempi, ma l'obiettivo maggio è lontano

Con Bruxelles si tratta sui tempi, ma l'obiettivo maggio è lontano
di Marco Conti
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Venerdì 23 Novembre 2018, 07:17 - Ultimo aggiornamento: 07:21

Giuseppe Conte e Giovanni Tria cercano di comprare tempo. Il M5S è infatti disposto a pagare molto, moltissimo, pur di arrivare alle elezioni europee di maggio. La Lega, dal canto suo, finge di adeguarsi. Salvini guarda da lontano, senza troppa convinzione, il lavoro di Conte e Tria e, se può, prova a complicarlo chiedendo aiuto a Babbo Natale e attaccando Bruxelles e i commissari Ue.

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L'URTO
«Visto! Lo spread non sale come qualcuno pensava o sperava», sosteneva ieri Laura Castelli, sottosegretaria al Mef in quota M5S, poco prima di entrare in aula ad ascoltare il presidente del Consiglio. La Castelli è raggiante per la perfomance della sera precedente a Porta a Porta e per lo spread che non è schizzato dopo la bocciatura della manovra da parte di Bruxelles: «La verità è che si dicono cose assurde. Come quella dei dieci miliardi che dovremmo pagare. Faremo reddito e pensioni prima delle elezioni europee. E' scritto nel contratto e i soldi ci sono». La certezza della sottosegretaria diventa la scommessa di Conte e Tria che domani sera a Bruxelles incontreranno il presidente della Commissione Jean Claude Juncker in modo da sostenere l'idea che possa esserci ancora una trattativa dopo la bocciatura. «Perchè c'è una trattativa?», la risposta sorniona che ieri Giancarlo Giorgetti dava a chi chiedeva conto di possibili novità.
Ma Conte ha bisogno di accreditare che ci siano ancora spazi di manovra e soprattutto è preoccupato dei tempi della procedura per debito. Per portare a casa le due misure ancora non presenti nella manovra nè in altri provvedimenti - reddito e pensioni - Conte e Tria hanno bisogno di tenere basso, molto basso, lo scontro con Bruxelles nella speranza che l'eurogruppo non risulti più urticante della Commissione, come invece facevano ieri intendere le parole del commissario finlandese Jyrki Katainen. Il rischio è quello di un eurogruppo che - proprio sulla spinta dei paesi più sovranisti - potrebbe invece chiedere in tempi molto rapidi all'Italia una manovra correttiva e il versamento di 3,5 miliardi di euro come deposito.

In questo momento obiettivo principale di Conte è quello di ammortizzare il più possibile i colpi che arrivano da Bruxelles nel tentativo di contenere la reazione dei mercati che sperano nell'intesa. Conte non illustrerà nulla di nuovo a Juncker che Tria non abbia già fatto. Ma l'incontro, con tanto di foto, dovrebbe contribuire alla narrazione di un'Italia che non intende rompere con l'Unione e che è pronta a diluire alcune misure, ma senza però cedere sui numeri che hanno fatto scattare la procedura d'infrazione: 2,4% di rapporto deficit- pil, 0,8% in più di debito e stima di crescita all'1,5%. Una linea soft che nel governo non convince tutti. E' pur vero che i tentativi fatti sinora di rimettere mano alla manovra sono falliti. Compreso quello avviato dal ministro Paolo Savona che da due giorni guarda con soddisfazione lo spread scendere.

Riscrivere la manovra significa infatti far saltare il banco perché Di Maio non taglia il reddito di cittadinanza e Salvini non rinuncia alla Fornero senza il taglio alla riforma grillina. Risultato, tutto bloccato per i ddl che dovrebbe essere operativi a gennaio. Un'incertezza che non rassicura quella parte di elettorato del Carroccio composto da partite iva e ceto produttivo che oltre a non mandar giù il reddito di cittadinanza, teme di dover pagare le sanzioni di Bruxelles e l'isolamento in Europa. Ma Salvini per rompere, e tentare la strada del voto come via d'uscita, ha bisogno di un pretesto. La caccia è partita.

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