GIUSEPPE CONTE

Salvini e Conte, si infiamma lo scontro sulla Gregoretti. Nodi IV e voto segreto

Venerdì 20 Dicembre 2019
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Salvini e Conte, si infiamma lo scontro sulla Gregoretti. Nodi IV e voto segreto

Italia Viva continua a dire che leggerà le carte «senza agitare cappi» e con spirito «garantista», prima di decidere se votare a favore o contro l'autorizzazione a procedere per Matteo Salvini per il caso della nave Gregoretti. Ma tanto basta per generare nuove tensioni nella maggioranza. Non solo perché nella giunta che dovrà pronunciarsi a gennaio i tre renziani sono determinanti, ma anche perché il caso Gregoretti entro il 15 febbraio arriverà in Aula a Palazzo Madama.

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E lì, a differenza di quanto avvenne sulla Diciotti, la Lega proverà a ottenere il voto segreto: uno stress test da brividi per i giallorossi, a pochi giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria e a ridosso della verifica di governo che proprio in quei giorni dovrebbe arrivare al dunque. Lo scontro intanto resta alto tra i leghisti e gli ex alleati di governo. Salvini, dopo aver dichiarato che se andrà in tribunale porterà virtualmente con sé «milioni di italiani», chiede le dimissioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, reo di aver dichiarato che «ci sono i presupposti per il processo». Di più. Di fronte alla nota degli uffici di Palazzo Chigi che rinviava tutte le scelte sulla Gregoretti al Viminale, l'ex ministro dell'Interno fa sapere di avere - e aver dato ai suoi avvocati - una copia delle interlocuzioni scritte sulla Gregoretti con Palazzo Chigi e Farnesina. Ma dalla maggioranza ribattono che vuol dire poco: «l'ufficio diplomatico di Chigi in quei giorni si occupava della redistribuzione dei migranti, mentre la scelta di non farli sbarcare fu di Salvini». Inoltre la Gregoretti era una nave militare, non una ong come la Diciotti: «Salvini ha violato il suo decreto sicurezza». Su come voteranno M5S, Pd e Leu in giunta non sembrano esserci molti dubbi: sì all'autorizzazione. Su questa linea alla fine potrebbe essere anche Iv. Ma i renziani per ora non si sbilanciano e rinviano ogni decisione «a dopo le vacanze».

A gennaio, è nelle cose, molti nodi verranno al pettine. Nel M5s considerano ormai inevitabile l'espulsione - per decisione dei probiviri - di Gianluigi Paragone e il suo approdo alla Lega, magari con altri senatori M5s. Al Senato potrebbe spuntare, per reazione, un gruppo di responsabili di centrodestra. E alla Camera potrebbe nascere un gruppo di scissionisti M5s «filo-contiani». Un quadro assai complesso e complicato dalla richiesta di referendum - non ancora depositata - contro il taglio dei parlamentari. In vista di quel momento Nicola Zingaretti avverte che l'unica alternativa a questo governo è il voto, con Conte a fare da «punto di riferimento». Un messaggio a chi, come Renzi, potrebbe tentare di cambiare il premier, magari in asse con la Lega e in nome di un governo di unità nazionale. Le parole di Zingaretti creano qualche dissenso nel Pd, come quello di Matteo Orfini, e non piacciono tanto all'area M5s più lontana dai Dem, perché insistono sulla proposta di un'alleanza politica. Ma nell'immediato è il nodo prescrizione ad agitare le acque tra Pd e M5s.

I Dem chiedono un nuovo vertice il 27 dicembre, non il 7 gennaio come era stato annunciato, per discutere del blocco della prescrizione che sta per entrare in vigore. E Walter Verini annuncia il deposito di una proposta di legge che dovrebbe introdurre un limite (4 o 5 anni) oltre il quale la prescrizione dopo il primo grado riprende a «correre»: i Dem potrebbero fare asse sul tema con Iv (alla Camera più d'uno nota un colloquio di Maria Elena Boschi e Andrea Orlando). Tra i dossier caldi c'è anche quello del 5G, dopo l'allarme del Copasir sui rischi possibili derivanti dalle aziende cinesi per la sicurezza nazionale. «Il governo non potrà non tener conto della relazione del Copasir», dice Riccardo Fraccaro. Ma anche su questo tema le sensibilità in maggioranza sono diverse. Per «fare squadra» Conte giovedì sera è tornato a portare a cena i suoi ministri. Si è notata l'assenza del ministro Lorenzo Fioramonti, che potrebbe dimettersi dopo il varo della manovra alla Camera per denunciare i fondi limitati per l'istruzione. Ma il clima, assicurano, era positivo. E al momento del dolce, gli struffoli portati da Spadafora, Roberto Gualtieri ha imbracciato la chitarra e i ministri hanno cantato. La prima ad andar via, nota qualcuno con malizia, la renziana Teresa Bellanova.
 

 

Ultimo aggiornamento: 21 Dicembre, 08:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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