Governo, dopo la strigliata di Draghi i partiti continueranno a tirare la corda (ma senza strapparla)

Governo, dopo la strigliata di Draghi i partiti continueranno a tirare la corda (ma senza strapparla)
di Alberto Gentili
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Venerdì 18 Febbraio 2022, 09:58

Mario Draghi ieri sera ha messo i partiti di maggioranza, in particolare la Lega di Matteo Salvini, davanti a un bivio: garantite sostegno in Parlamento alle misure varate dal Consiglio dei ministri, oppure addio governo, crisi ed elezioni anticipate. Un ultimatum scandito da Draghi dopo un incontro con Sergio Mattarella e dunque con l’avallo del Capo dello Stato.

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«SUPERATO IL LIMITE»

Il premier, dopo che l’esecutivo è stato battuto per ben quattro volte nella notte tra mercoledì e giovedì sul decreto Milleproroghe, ha capito che era necessario intervenire. E l’ha fatto, convocando i capi delegazione della maggioranza Giancarlo Giorgetti, Stefano Patuanelli, Andrea Orlando, Maria Stella Gelmini, Elena Bonetti, in modo ruvido, senza preamboli: «Se il governo voluto da Mattarella non riesce a fare le cose che servono al Paese e non può portare avanti i provvedimenti, io non ci sto. Vanno garantiti i voti in Parlamento, non sono qui a scaldare la sedia o per tirare a campare. Questo governo sta perdendo la sua ragion d’essere: è nato per fare, se non fa non c’è alcuna ragione che vada avanti. Fatemi sapere come pensate di rimediare».

I BALBETTII

I rappresentanti dei partiti hanno provato ad azzardare giustificazioni. Hanno detto che «serve un maggior raccordo tra governo e Parlamento». Un «indispensabile coinvolgimento dei leader sui dossier importanti». Un’«analisi preventiva dei testi che arrivano in Consiglio dei ministri». Ma Draghi ha detto di non essere interessato «alle analisi parlamentari». Ha ripetuto che a lui interessa «solo fare le cose». «Realizzare il programma» e vedere arrivare in porto provvedimenti importanti come quello sulla concorrenza e dunque sulle concessioni balneari, la delega fiscale con la riforma del catasto. Insomma, chiede e pretende che i partiti la smettano di frenare le riforme e l’azione di governo.

COSA ACCADRÀ

E’ difficile che Salvini & C. rinuncino alle proprie bandierine a un anno dalle elezioni che sceglieranno il prossimo Parlamento. Ma è altrettanto difficile che vogliano intestarsi la crisi di governo con l’addio di Draghi a palazzo Chigi. Il Pd con Enrico Letta ha deciso di svolgere il ruolo di “guardia repubblicana” della stabilità e della governabilità. I 5Stelle sono sempre più allo sbando e Giuseppe Conte ha bisogno di tempo per provare a riorganizzare il Movimento. Forza Italia pensa alle urne come il cappone a Natale al pentolone bollente. L’unico tentato di andare a elezioni anticipate era Matteo Salvini, ma ultimamente il capo della Lega si è fatto più prudente: i sondaggi non lo premiano e danno il sorpasso di Giorgia Meloni ormai consolidato. Meglio perciò, anche sulla spinta del Nord-Est e dei governatori leghisti, lavorare alla realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da oltre 200 miliardi. Insomma, tutti dovrebbero rientrare nei ranghi e rispondere obbedienti all’aut aut di Draghi. Ma così non sarà.

L’EPILOGO

Non accadrà in quanto le pulsioni elettorali sono più forti della ragione. E perché è nel Dna di Salvini giocare a tirare la corda, facendo però attenzione a non spezzarla. Insomma: l’epilogo probabile è che i provvedimenti varati dal governo, verranno votati dal Parlamento per evitare la crisi e le elezioni anticipate. Ma Draghi dovrà continuare a sopportare le sparate propagandistiche, soprattutto di Lega e 5Stelle. Non a caso i partiti più marcatamente populisti della maggioranza del “governo di tutti”.

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