GOVERNO

I dubbi dei grillini su «Luigi kamikaze», allarme di Zingaretti: ci sta logorando

Giovedì 5 Dicembre 2019 di Simone Canettieri
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I dubbi dei grillini su «Luigi kamikaze», allarme di Zingaretti: ci sta logorando
Primo pomeriggio, Transatlantico non proprio affollato. Caos calmo. Tensioni perenni. Adesso c’è questa storia della prescrizione: «E Dibba ci ha messo il carico: vorrà il voto?», aprono le braccia dal Pd. Tutti i parlamentari in maniera trasversale - e spalmati sui divanetti - evocano la crisi. Ma in pochi ci credono. E nessuno sa darsi una serie di risposte. Allora, avanti con le domande. Ma non è che a forza di tirarla, Luigi Di Maio spezzerà la corda? «La corda è d’acciaio», dice con il passo veloce il ministro Vincenzo Spadafora, tra i primi sponsor grillini di questo governo gialorosso, detto «governo-tagadà».

Come la giostra. A metà agosto, a casa di Spadafora si consumò il primo incontro - pizza bianca e vino ghiacciato - tra Di Maio e Nicola Zingaretti. Dopo tre mesi e mezzo i due non si parlano. Usano come intermediario il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Bisogna insistere con i grillini: che gioco sta facendo il ministro degli Esteri? «Ci sono tanti piatti sul tavolo: vogliamo affermare i nostri principi». Poi anche Francesco Silvestri, capogruppo vicario del M5S perché da due mesi i parlamentari non riescono ad eleggerne un altro, ammette: «Dai, speriamo che tra un mese, dopo la manovra, gli animi si rasserenino, o rischiamo...». Di finire come ai tempi del governo gialloverde. Quando, per un calcolo forse sbagliato di Matteo Salvini, la corda si ruppe. Di botto. Ma poi si sa com’è andata.

Eppure, Beppe Grillo una decina di giorni fa, a Roma, ha detto due cose a Di Maio: il capo sei tu, cioè ti confermo, ma dobbiamo fare «progetti alti con il Pd». Vox clamantis in deserto. A Roma direbbero: Beppe non se lo sta filando nessuno. Di sicuro non Di Maio. Telefonata al senatore grillino Emanuele Dessì. Il capo politico gioca a rompere ed è pronto a fare il kamikaze per far saltare il banco? «Credo di sì. Stiamo perdendo un punto al mese nei sondaggi, ma l’importante è avere titoli nei siti, uno scontro perenne. Bah».

GLI ANIMI 
Federico D’Incà, da Belluno, ministro per i rapporti con il Parlamento: «Va bene, vi dico tutto. Ma parliamo di Juve». Insomma, una «melassa» come la chiamano al Nazareno. Una situazione che, dai e dai, sta logorando il Pd nei sondaggi. Nicola Zingaretti lo sa. A volte vorrebbe strappare, ma sa anche che Dario Franceschini è sempre pronto a vedere il bicchiere mezzo pieno. E quindi al Nazareno tornano riflessivi: «Fino a gennaio, alle elezioni regionali in Emilia Romagna, non accadrà nulla. Purtroppo». 

Ecco, rassegnazione. Al di là delle interviste bellicose che arrivano dal Pd ma anche da Italia Viva. Tutti pronti a evocare il ritorno alle urne con la mano destra, salvo scacciarlo subito con la sinistra. La palude. «Almeno noi qualcosina l’avevamo fatta all’inizio», dice Edoardo Rixi, colonnello leghista e già vice di Danilo Toninelli ai Trasporti. Altri tempi. Qui manca la prospettiva. E intanto, a dire la verità, è scomparso pure Beppe Grillo. E allora non rimangono che le iniziative personali. Il sempre attivo deputato grillino Giorgio Trizzino prima manda un messaggio a Di Maio: «Non ci sono alternative a Conte, avanti con il Pd». Poi il sempre attivo Trizzino partecipa alla riunione serale di Nicola Morra, presidente della commissione antimafia, iper critico e iper sospettoso nei confronti di «Luigi».
Trenta parlamentari, tutti pro-Conte e pro-Pd. Domande che aleggiano: ma il giovane leader vuole rompere? Ma ha un accordo con Dibba? E Beppe? In serata dall’entourage di Di Maio trapela: «Con il Pd lavoriamo bene, e sulla prescrizione farà la scelta giusta». E oggi è un altro giorno. E sarà uguale a questo. 
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