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Governo, l'Italia fa paura: cosa dicono le cancellerie e i mercati

Crisi di governo, l'Italia fa paura: cosa dicono le cancellerie e i mercati
di Andrea Bassi
5 Minuti di Lettura
Lunedì 1 Febbraio 2021, 00:29 - Ultimo aggiornamento: 13:33

I segnali di fumo che arrivano dalle cancellerie europee e dai mercati sono sempre più preoccupanti. Nel suo ultimo report sull’Italia, la banca d’affari americana Goldman Sachs ha intitolato il passaggio sulla crisi di governo italiana «Distrazione politica, distruzione reale». Il punto centrale, spiegano gli analisti di Goldman, è la gestione dei 209 miliardi del Recovery plan. L’instabilità politica è un problema per diversi motivi. Il primo è che può rallentare il piano. E se il piano rallenta, anche la ripresa economica rallenterà. Se rallenta la ripresa economica, sarà difficile per l’Italia centrare l’obiettivo di riduzione del debito pubblico al 130% entro il 2030. Il debito, in effetti, sembra scomparso dai radar politici nonostante abbia raggiunto la soglia del 160% del Pil. I mercati, e quindi lo spread, sono tenuti per adesso a bada dagli ingenti acquisti della Bce e dall’aspettativa che la pioggia di soldi del Recovery spinga il Pil riducendo il peso del debito. Ma i dubbi cominciano ad aleggiare. Morgan Stanley, altra banca d’affari americana che compra debito italiano, lo ha detto chiaramente. «Le tensioni politiche oggi arginate dalla Bce - spiega nel suo rapporto - possono danneggiare pesantemente l’Italia sui mercati e far schizzare di nuovo il costo del debito». Il campanello di allarme della mancanza di un governo, e soprattutto di un governo stabile, non è suonato solo nei grattacieli della finanza. Anche nei palazzi di Bruxelles e delle cancellerie europee la crisi politica italiana tiene banco. Basta leggere la stampa tedesca che da qualche giorno si occupa dell’Italia. Il Frankfurter Allgemeine scrive che i «fondi per la ricostruzione che Roma riceverà dall’Ue possono essere utilizzati in modo ragionevole solo da un governo pienamente capace».

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Le voci

Voce autorevole, certo. Ma forse il monito più diretto è quello arrivato solo un paio di giorni fa da Marco Buti, lunghissima carriere ad alto livello nei ranghi della Commissione europea, oggi capo di gabinetto del commissario agli Affari monetari Paolo Gentiloni. Se l’Italia non si dà una mossa e presenta un piano di riforme credibile all’Europa, è stato il succo del suo discorso, quelle stesse riforme tra qualche mese, al massimo il prossimo anno, potrebbero essere imposte dall’esterno, dai mercati. Parole tremendamente dirette. Il messaggio è più o meno univoco. Lo scenario ipotizzato da Buti va scongiurato dando vita a un governo coeso e credibile. Lo ha detto, per esempio, Dbrs Morningstar, la quarta agenzia di rating mondiale. Il rischio principale, ha spiegato, è che si formi un governo debole, con una maggioranza poco coesa, e senza una chiara agenda. Un governo, insomma, che nasca con l’unico scopo di evitare le elezioni anticipate.

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Il rafforzamento

La ragione è sempre la stessa. Un governo così composto avrebbe un’azione inefficace sul lato dell’implementazione del Recovery Plan, minandone i principali obiettivi. Che - e qui sta la prima preoccupazione delle cancellerie europee - non sono solo italiani, ma europei. «La crisi politica in corso in Italia potrebbe ostacolare i tentativi di concordare e mettere in atto una strategia credibile di crescita post-pandemia in tutta Europa», scrive nella nota di un paio di giorni fa l’agenzia Fitch Ratings, secondo cui «l’avvento di un governo più debole o una persistente incertezza politica potrebbero minare gli sforzi per migliorare le prospettive di crescita dopo la pandemia tramite una strategia economica coerente». Secondo l’agenzia di rating, «la mancata attuazione di tale strategia, compreso l’uso efficiente dei fondi del piano Next Generation Eu, ridurrebbe la probabilità di stabilizzazione e calo del rapporto debito/Pil», sicché il rating crollerebbe. Il problema è che i tempi si fanno sempre più stretti, ampliando i timori che l’Italia si lasci scivolare dalle mani la più grande, ma anche unica occasione, di rimettere in moto il Paese e l’economia contenendo l’avanzata inarrestabile del debito pubblico. Senza i soldi del Recovery e la crescita da questi determinata, quello del debito sarebbe un fardello troppo pesante da portare in grado di spingere a fondo il Paese.

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