Governo Draghi, Salvini vuole fare il ministro: «Ok a un esecutivo di tutti»

Governo Draghi, Salvini vuole fare il ministro: «Ok a un esecutivo di tutti»
di Barbara Acquaviti
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Sabato 6 Febbraio 2021, 06:18 - Ultimo aggiornamento: 11:48

Ogni giorno un passetto di avvicinamento in più verso il governo Draghi. Ogni giorno spariscono paletti messi il giorno prima. Ora non si parla più di un esecutivo con la data di scadenza, scompare anche l'aut aut tra la Lega e il M5S: «Mi piacerebbe che ci fossero tutti, chi sono io per dire tu no?». Matteo Salvini, però, alla vigilia della consultazione di oggi con il premier incaricato (insieme ai capigruppo, ma senza Giorgetti), ha una nuova condizione. «Non facciamo le cose a metà, se ci siamo ci siamo, altrimenti diamo una mano dall'opposizione come abbiamo fatto nell'ultimo anno e mezzo». Insomma, nell'esecutivo ci devono essere ministri del Carroccio. Anzi, un ministro ben preciso: lui stesso.
«Se sei dentro sei dentro, ti prendi gli onori e gli oneri», non possono esistere dice - «ipotesi strampalate, governi tecnici, appoggi esterni». «Se la Lega partecipa a questo governo ci partecipa da primo partito di questo Paese». Tradotto, vuol dire che non è pensabile nemmeno che in rappresentanza si individui qualche tecnico d'area. In quel caso, spiegano, il Carroccio non ci starebbe.

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Ufficialmente non si fanno nomi. Finora quello circolato con più insistenza era quello di Giancarlo Giorgetti, da tempo sponsor di un governo istituzionale guidato da Draghi. Ma Salvini ad alcuni fedelissimi avrebbe confidato la sua intenzione di giocare la partita in prima persona. «Il presidente incaricato vuole un governo con tutti i leader dentro», è la narrazione alimentata dal Carroccio. Che, però, cozza con le voci che arrivano dal Partito democratico che avrebbe chiesto di evitare figure divisive per rendere sostenibile una maggioranza insieme alla Lega. Intanto, oggi Salvini chiederà garanzie a Draghi sul programma, sul recovery plan, sul piano vaccini e sul taglio delle tasse, in attesa poi del secondo giro di consultazioni previsto per la prossima settimana.

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LA VILLA DI ZEFFIRELLI
L'incontro tra il segretario leghista e il premier incaricato è atteso anche da Forza Italia, per capire da che parte penderà l'ago della bilancia del centrodestra. Se da una parte c'è il rifiuto di Giorgia Meloni a votare la fiducia, dall'altra c'è il «pieno appoggio» degli azzurri. Berlusconi era atteso a Roma per dare di persona il suo sostegno all'ex presidente della Bce. Sull'Appia Antica, dove si trova la villa che fu di Franco Zeffirelli in cui il Cavaliere ha spostato la sua residenza nella Capitale da quando ha lasciato palazzo Grazioli, era persino comparso uno striscione con su scritto benvenuto presidente. Il partito, che per giorni è stato sull'orlo della scissione, era andato in pressing sul leader affinché facesse il suo ritorno sulla scena politica per mettere il cappello su questo governo. Alla fine però le indicazioni del suo medico Alberto Zangrillo e viene riferito l'insistenza dei figli, lo hanno convinto a dare forfait e a restare in Provenza. Potrebbe farsi vedere in occasione del prossimo giro. Ma tanto, il suo «pieno appoggio» lo ha comunicato al premier incaricato nel corso di una lunga telefonata che viene definita persino affettuosa.
A ribadire la linea azzurra, dunque, è Antonio Tajani. «Forza Italia si aspetta un esecutivo di alto livello capace di rappresentare al meglio l'unità del Paese» ma in questo difficile momento «tutto ciò non implica la nascita di una nuova maggioranza politica ma un governo dei migliori al servizio dell'Italia e degli italiani».


IL DOSSIER GIUSTIZIA
A Draghi viene dunque concessa massima fiducia senza fissare troppi paletti, anche se la delegazione azzurra comprensiva anche del centrista Antonio De Poli - avrebbe insistito sulla necessità di una figura non giustizialista a viale Arenula. «L'alto profilo» di Draghi sottolinea Tajani - è «garanzia non solo della credibilità del nuovo esecutivo in Europa e nel mondo ma anche della serietà di un progetto attorno al quale il Paese si possa riunire».

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