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Governo, perché il M5S potrebbe aprire la crisi: il pressing al Senato e la pensione (ormai) assicurata

È molto probabile che i Cinquestelle continuino a stare con un piede dentro e uno fuori dal governo. Fino all'eventuale rottura

Governo, perché il M5S potrebbe aprire la crisi: il pressing al Senato e la pensione (ormai) assicurata
di Andrea Bulleri
4 Minuti di Lettura
Giovedì 7 Luglio 2022, 12:28 - Ultimo aggiornamento: 8 Luglio, 02:26

Strappo rinviato. Purché dal governo arrivino presto «risposte convincenti». Quando? «Entro la fine di luglio». Sono questi i paletti di Giuseppe Conte per continuare a sostenere l'esecutivo di Mario Draghi. Il leader dei Cinquestelle ieri ha portato le sue condizioni a Palazzo Chigi. E ha fatto capire chiaramente una cosa: oggi, alla Camera, il voto sulla fiducia del M5S non è in discussione. Al Senato, dove il contestatissimo (dai grillini) dl Aiuti approderà la prossima settimana, «valuteremo». 

Ma se anche il passaggio a Palazzo Madama dovesse risolversi senza incidenti, tutto fa pensare che la crisi non si risolverà in pochi giorni. Anzi: è molto probabile che i Cinquestelle continuino a stare con un piede dentro e uno fuori dal governo. Fino all'eventuale rottura.

 

Governo, perché il M5S potrebbe aprire la crisi?

Perché la lista di richieste che Conte ha consegnato a Draghi è corposa, quasi impossibile da attuare in tutti e nove i suoi punti. Soprattutto se si considera che alla fine della legislatura mancano 8-9 mesi. E che l'elenco comprende temi altamente divisivi per la maggioranza, come il salario minimo. Ecco perché molti leggono quella lettera di desiderata come un altro passo verso l'addio. 

Addio che, stando ai rumors, vorrebbe la maggioranza degli eletti stellati in parlamento. In particolare il gruppo al Senato, considerato più barricadero rispetto a quello dei colleghi di Montecitorio. Così come spingerebbero per salutare Draghi molti degli uomini vicini a Conte, in particolare almeno tre (su cinque) dei suoi vicepresidenti. Ecco perché alla fine l'avvocato potrebbe essere convinto. 

Anche perché, è il calcolo che corre tra molti deputati e senatori del M5S, se le truppe stellate (già azzoppate nei numeri dalla scissione di Luigi Di Maio) dovessero sfilarsi, l'esecutivo potrebbe comunque contare su una maggioranza in parlamento, sebbene molto più risicata. Dunque non si rischierebbe di andare alle urne, almeno non subito. Né, quindi, di dover dire addio al seggio per gli ultimi mesi di legislatura. 

E poi c'è un altro dato: se anche il premier portasse fino alle estreme conseguenze il suo avvertimento («il governo senza il M5S non si fa», aveva avvisato Draghi), e dunque si aprisse la crisi, con l'estate di mezzo prima di andare alle elezioni passerebbero almeno due mesi, forse tre. Ci sono una serie di passaggi ineluttabili: lo scioglimento delle Camere, la campagna elettorale, la data delle urne e l'insediamento dei nuovi eletti. Dunque, la pensione che gli attuali eletti riceveranno al compimento dei 60 anni è comunque assicurata. Il diritto al trattamento scatterà il 23 settembre: ossia dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno dall'inizio della legislatura. 

Ecco perché, sommati tutti questi fattori, una nuova crisi estiva nella maggioranza sembra tutt'altro che scongiurata. Se poi la possibile rottura dovesse tradursi in elezioni anticipate, questo saranno altri (il capo dello Stato Sergio Mattarella in primis) a doverlo vautare. 

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