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Giuseppe Conte, la resa amara: «Non si libereranno di me»

Giuseppe Conte, la resa amara: «Non si libereranno di me»
di Mario Ajello
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 3 Febbraio 2021, 07:35 - Ultimo aggiornamento: 07:38

Ce l'ha con Renzi («Ora si divertiranno con un tipo così») ma Conte dovrebbe avercela soprattutto con se stesso. Con la propria smisurata ambizione da premier per caso due volte che ha pensato di poter essere indispensabile e inaffondabile galleggiando sui problemi e rinviando le decisioni. In una continua auto-rappresentazione dell'Io non farcita di soluzioni e di riforme ma di un Recovery Plan da 16 striminzite paginette nella prima stesura, di rinvii dopo rinvii, di una concezione della normalità di governo in tempi che di normale non hanno nulla (90mila morti per Covid) e che meriterebbero ben altro piglio, ben altra consapevolezza, ben altra determinazione a rompere il sistema di potere consolidato di marca Pd in condominio con gli ascari 5 stelle e che viceversa ha avuto in Conte un conservatore dello status quo degli equilibri più statici e meno produttivi.

E nonostante tutto questo, il Conte bis voleva riproporsi nel Conte ter senza considerare ciò che molto saggiamente diceva Albert Einstein: «La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi». Ma adesso che Giuseppi scende dal trono trovato per caso, che cosa ha intenzione di fare? In queste ore nel bunker ormai espugnato di Palazzo Chigi mastica rabbia e si chiude nel «massimo riserbo» ma in questi giorni vedendo la fine si è sfogato con alcuni amici: «Non si libereranno di me molto facilmente». Questo significa che, come minimo, aspira ad essere ripescato nel governo che sarà come ministero degli Esteri e crede di avere i numeri per la Farnesina: «Sono apprezzato in tutte le cancellerie, ho ridato all'Italia l'onore internazionale che merita, ho fatto arrivare i soldi del Recovery in un negoziato difficilissimo e mi hanno fatto tutti i complimenti. Come si fa a non riconoscere tutto questo?».

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Il suo motto

La Ue ha più volte riconosciuto che sul piano di rinascita nazionale l'Italia annaspa e divaga, mentre altri Paesi hanno programmi e cronoprogrammi seri e dettagliati. E comunque. Se si volesse sintetizzare in un motto lo stile di governo dell'Avvocato del popolo, prima in gialloverde e poi in giallorosso con capriola e senza soluzione di continuità (ma va bene tutto in cambio di risultati, e questi mancano), di potrebbe usare questo: «Loquor ergo sum». Molte parole, retorica torrenziale e divagante e così il pensiero si riduce in coriandoli e si disperde e l'uditorio - ossia i cittadini - ne risultano storditi di primo acchito ma poi quando la nebbia espressiva si dirada e si cercano di vedere i risultati pratici questi non si trovano lungo una stagione politica durata 32 mesi a Palazzo Chigi. Fino al capolavoro a rovescio del contismo: quell'operazione responsabili - l'ultimo tentativo di autoconservazione - è stata qualcosa di grottesco e improvvisato.

Il crepuscolo

E ora? Ricomincio da Io. Ma Conte deve decidere chi è. E' il prossimo capo del Movimento 5 stelle? Improbabile. E' Cincinnato e riserva della Repubblica? Difficile che qualcuno vada a chiamarlo nella capanna dello studio forense o nell'aula dell'università, anche se lui per un po' - ma poi in Italia ci si dimentica di tutti - continuerà a sbandierare i sondaggi che gli danno un favore personale di oltre il 50 per cento e queste cifre sono in queste ore l'unico balsamo che spalma sulla propria sconfitta: «Resto l'uomo più popolare del Paese. Gli italiani amano me», ha ripetuto spesso in questo periodo, nel crepuscolo di Palazzo Chigi. Ma dopo il crepuscolo viene la notte. Quella da cui Conte non vuole essere avvolto e allora il suo programma è quello forse di fare il partito personale - in Puglia, sua terra natale, si starebbero già raccogliendo intorno al governatore Michele Emiliano suo primo fan spezzoni di notabilato trasversale e voglioso di essere l'avanguardia del contismo di lotta - ma soprattutto di proporsi, come Zingaretti gli ha sempre promesso ma in politica il prima non è mai uguale al dopo, in veste di capo della coalizione Pd-M5S-Leu alle prossime elezioni. Naturalmente dissimula Conte: «Vorrei tornare a fare l'avvocato». Il rischio per lui c'è. Il problema, che ha determinato la sua caduta, è che non s'è accorto in tempo che non può esserci un uomo per tutte le stagioni. Specie se la doppia stagione di Giuseppi è stata un mix di inesperienza e supponenza. E la convinzione di essere il migliore, in assenza di riscontri fattuali, in politica spesso spalanca le porte del dimenticatoio.

 

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