G20 a Roma, i temi chiave. Clima: stop centrali a carbone. Energia: estrarre più petrolio

Qualora venga raggiunta un’intesa si tratterebbe di un assist significativo in vista della conferenza sul clima dell’Onu al via domenica a Glasgow. La strada però è in salita

G20 a Roma, i temi chiave. Clima: stop centrali a carbone. Energia: estrarre più petrolio
di Francesco Malfetano e Gabriele Rosana
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Sabato 30 Ottobre 2021, 00:23 - Ultimo aggiornamento: 15:10

Al centro dell’agenda del G20 in corso a Roma tra oggi e domani, c’è il tentativo di siglare un accordo che rinnovi l’impegno a contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi e smorzare le emissioni di CO2 o l’impatto del carbone sulla produzione di energia elettrica. Qualora venga raggiunta un’intesa si tratterebbe di un assist significativo in vista della conferenza sul clima dell’Onu al via domenica a Glasgow. La strada però è in salita.

 

Clima. L’obiettivo: stop centrali a carbone Ma Xi non ci sta

Gli obiettivi principali ormai li conoscono tutti. Sono messi nero su bianco da anni e si ritrovano nel programma della Cop26, cioè la conferenza Onu sul cambiamento climatico che inizierà da domani a Glasgow e di cui il G20 - che detiene il 75% delle emissioni globali - è in parte un’anticipazione. La salvezza del Pianeta, in estrema sintesi, passa per l’azzerare le emissioni nette globali entro il 2050 e per limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C. Eppure un accordo reale è tutt’altro che dietro l’angolo. Se è vero che in Scozia le Nazioni unite definiranno degli obiettivi concreti di decarbonizzazione per raggiungere i target finali, l’intesa di Roma rischia di essere bollata come “dimezzata” sul clima. Il summit avrebbe dovuto diradare le incomprensioni tra i leader mondiali annichilendo le tensioni tra il gruppo del G7 e quello dei Bric (Brasile, Russia, India e Cina), che hanno la sensazione che li si provi a fermare per altri motivi.

Questa possibilità però appare in salita. A pesare sono in primis le assenze annunciate di Putin e Xi Jinping (in videoconferenza), e in secondo luogo il rifiuto opposto dalla Cina (e supportato da India e Russia) al rafforzamento degli impegni per limitare l’aumento della temperatura e soprattutto contro le centrali elettriche a carbone, specie quelle all’estero.

I paesi del G20, secondo gli sherpa, sarebbero pronti ad impegnarsi a porre fine ai finanziamenti internazionali per le centrali elettriche a carbone in Paesi terzi, ma stanno faticando ad accordarsi su una data certa e su quali strutture coinvolgere (la Cina è disposta a intervenire sulle nuove, non su quelle già esistenti). Oltre che sull’uso del carbone termico domestico. Le posizioni quindi sono le stesse del summit tenuto tre mesi fa a Napoli. Ed è evidente come, mettendola in altri termini, continui a configurarsi un dibattito tra i paesi in via di sviluppo e quelli sviluppati. «Siamo nella stessa tempesta ma non sulla stessa barca» ha sintetizzato con un’immagine limpida uno sherpa russo.

LE POSIZIONI

La speranza è quindi che i faccia a faccia di oggi e domani possano smuovere qualcosa. Mario Draghi, padrone di casa, ci proverà fino all’ultimo, ma è consapevole che il suo abituale pragmatismo potrebbe rimanere frustrato. L’Italia dal canto suo ha tutto l’interesse ad un intervento rapido perché, sebbene una transizione energetica piena è anche un rischio industriale, nel bacino Mediterraneo in 30 anni la temperatura si è alzata più velocemente che nel resto del mondo. La strada però è tutta in salita. Gli interessi dei singoli, minacciano i molti. E nonostante l’inversione a U del britannico Boris Johnson (ex sbeffeggiatore del cambiamento climatico), il rientro nei ranghi degli Usa del sempre dubbioso Joe Biden e l’apertura inattesa a favore dell’impatto zero al 2050 del principe arabo Mohammed Bin Salman (principale esportatore di petrolio al mondo) le sfaccettature restano troppe.

C’è la Germania, da sempre in prima fila, ma ora priva della capacità di mediazione di Angela Merkel. La Francia di Macron, già protagonista con gli accordi di Parigi e gli attacchi al Brasile per la deforestazione in Amazzonia, sembra più concentrata a ricucire con Biden per lo sgarro dei sottomarini. Il canadese Justin Trudeau, fresco di rinnovo, è sempre propositivo ma il Paese è tra i più dipendenti dai combustibili fossili. E poi gli “assenti-protagonisti” come Putin e Xi. Ma anche le posizioni contraddittorie del brasiliano Bolsonaro - debolissimo in vista delle elezioni del 2022 - e soprattutto dell’indiano Modi. Premier di uno dei Paesi che inquina di più in assoluto, non siglerà alcun accordo. Anzi, vorrebbe nuovi parametri che tengano conto delle emissioni pro capite per sfruttare la mole della popolazione indiana e porsi in vantaggio nelle trattative. 

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Energia. Estrarre più petrolio: la richiesta Usa per fermare i rincari

Transizione ecologica sì, ma con un occhio ai prezzi delle materie prime e alle tasche dei consumatori. Alla Nuvola di Fuksas ci saranno tutti i protagonisti della nuova crisi dell’energia, maggiori produttori e principali consumatori, dal vivo o in collegamento. Il summit di Roma, insomma, offre la prima vera occasione per un confronto multilaterale sull’allarme rincari che sta minacciando la ripartenza economica e i conti di famiglie e imprese. Non sarà facile, tra petrolio che non esce di scena, gas che manca e gran ritorno del nucleare. Sul dossier energia, del resto, ogni Paese gioca la propria partita. Le delegazioni nazionali arrivano però all’Eur con delle chiare posizioni di partenza, senza dimenticare che sullo sfondo c’è l’impegno per la progressiva decarbonizzazione e per contenere il riscaldamento globale entro 1,5°, che i leader ribadiranno da domani alla Cop26 sul clima di Glasgow.

Sguardo di lungo termine, ma adesso c’è un’emergenza da risolvere. La Casa Bianca non ne fa mistero: Joe Biden intende parlarne con i suoi colleghi, dopo che nelle scorse settimane il petrolio ha toccato il record degli ultimi sette anni. Attorno al tavolo del G20, del resto, siedono pure i Paesi dell’Opec+, il gruppo guidato dall’Arabia Saudita che riunisce i principali produttori di greggio, allargato anche alla Russia: a inizio ottobre avevano raggelato le speranze di Europa, Stati Uniti e India in un incremento di 600-800mila barili di petrolio al giorno, decisione che avrebbe contribuito a evitare un’altra fiammata in bolletta. Al contrario, l’Opec+ ha mantenuto fede all’impegno di aumentare la produzione al ritmo di “soli” 400mila barili al giorno pure a novembre, non uno di più; scelta che con ogni probabilità confermerà anche nella riunione di giovedì prossimo.

L’EUROPA

L’Europa guarda invece principalmente a Vladimir Putin, che come il cinese Xi Jinping parteciperà solo in video. Nel continente i costi del gas sono quintuplicati da inizio anno e l’Antitrust Ue sta valutando l’apertura di un’indagine contro Gazprom, il monopolista di Stato russo accusato di manipolare il mercato dell’energia rifiutandosi di rifornire le scorte europee di ulteriori volumi, facendo così schizzare i prezzi alle stelle. Mosca s’è offerta, pur con una certa ambiguità, di aumentare le forniture, ma solo se sarà attivato il controverso gasdotto Nord Stream 2, che bypassa Ucraina e Polonia arrivando direttamente in Germania: una patata bollente sul tavolo di Berlino, impegnata con il cambio di governo e con l’arrivo in maggioranza di una forza, i Verdi, poco conciliante con il Cremlino e che insiste sulle rinnovabili. 
 

 

Anche per i vertici dell’Unione europea l’energia pulita è la via da seguire, e oltre al Green Deal sfoderano i numeri: nel 2020, le percentuali di rinnovabili nell’Ue per la prima volta hanno superato quelle fossili (38% a 37%). La transizione verde di Bruxelles è avviata, ma la vera contesa è sui mezzi per accompagnarla, la “graduatoria”, cioè, delle energie green che la Commissione dovrebbe presentare a breve, aprendo al ruolo di gas e nucleare. La Francia non rinuncia al palcoscenico del G20 italiano per realizzare un nuovo pressing a favore dell’atomo: lo ha fatto ancora ieri il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, ricordando che «non raggiungeremo l’obiettivo Ue zero emissioni nette nel 2050 senza l’apporto del nucleare».

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